Thursday, 30 July 2009

i 7 principi della complessità

1) Auto-organizzazione: il principio postula la comparsa spontanea di ordine in sistemi con un’organizzazione chiusa ma aperti comunque verso l’esterno.

L’esempio classico è uno stormo di uccelli che vola in formazione, sul web invece possiamo applicare il principio ai motori di ricerca “umani” come Wikipedia o Yahoo Answer dove gli utenti, all’interno di un sito chiuso, sulla base di semplici regole si danno un’organizzazione che crea qualcosa di molto articolato sebbene di fatto spontaneo.

2) Orlo del caos: tutti i sistemi viventi evolvono quando si trovano in uno stato di confine tra il caos e l’ordine, troppo caos provoca la disintegrazione, troppo ordine la fossilizzazione.

Per il web 2.0 il ragionamento non può essere diverso: se un sito o una tecnologia non consente nessuna variazione e sperimentazione agli utenti presto muore, così come un sistema senza nessun tipo di regola è destinato a disintegrarsi.

Per questo ad esempio esistono le API o i codici sorgenti dell’open source, che consentono di spingersi sempre più avanti ma che sono gestiti da gruppi più o meno ampi quando devono essere messe a disposizione di tutti in modo da applicare solo quelle novità che portano un reale beneficio e da indirizzare il lavoro verso le soluzioni davvero utili.

3) Principio ologrammatico: il tutto è in una parte, la parte è nel tutto. Ciò è quanto mai vero nei social network e nei siti che consentono di condividere informazioni o file, dove il contributo individuale (ad es. una voce in Wikipedia) acquista piena importanza solo all’interno della community e dove allo stesso tempo il sito contenitore ha senso e funziona solo grazie a tutte le piccole parti che lo compongono e che appaiono all’esterno come un insieme unico.

4) Impossibilità della previsione: sembra anche qui chiaro che in un contesto dove sono gli utenti a creare la maggior parte dei contenuti e del valore aggiunto è di fatto impossibile prevedere tutti gli usi del servizio che si va erogando.

Per fare un esempio concreto, nel progettare un social network si possono prevedere una serie di funzioni ma poi bisogna essere pronti a capire e gestire tutti gli usi imprevisti dello strumento che gli utenti adottano e che possono diventare poi la killer application dell’intero sistema, imprevedibile finché le persone non iniziano a interagire fra loro.

5) Potere delle connessioni: il tutto è maggiore della somma delle sue parti.

Nel Web 2.0 questo è particolarmente vero dato che le relazioni e gli interscambi che le persone attuano fra loro portano ad un risultato finale superiore ad un’addizione dei singoli contributi.
Una cosa vera per tutte le relazioni ma che sul web, grazie all’enorme bacino disponibile e all’aiuto della tecnologia, porta ad un’accelerazione notevole del fenomeno.

6) Causalità circolare: nei sistemi complessi la causa genera l’effetto che retroagisce di nuovo sulla causa in modo circolare.

Per quanto riguarda il web possiamo individuare questa situazione in qualsiasi nuovo servizio a carattere relazionale dove la tecnologia genera degli usi sociale del mezzo comportando delle modifiche della tecnologia che di nuovo agiscono sui modi d’uso in processo circolare.

7) Apprendimento try&learn: in un contesto complesso l’unico modo di apprendere è quello che procede per tentativi.

In un mondo dinamico come quello dell’online moderno gli stessi professionisti del settore si trovano continuamente davanti a sfide e comportamenti che impongono un modo di procedere fatto di prove, che in combinazione con gli altri principi portano alla continua e veloce evoluzione di Internet.

Via: Internet Manager Blog

Monday, 27 July 2009

L'attenzione è potere

Oggi per avere successo non basta che un oggetto funzioni: deve funzionare molto bene e guadagnarsi costantemente il nostro interesse. Come fanno Google e le celebrità.

Le nuove regole per la new economy possono essere riassunte con una formula: dove c'è attenzione c'è denaro. È l'attenzione a fare la differenza. I beni di lusso restano tali per un breve periodo di tempo. Appena vengono contraffatti sono alla portata di tutti. Le cose più prestigiose non solo attirano l'attenzione, ma la mantengono viva.

Ci sono molti modi per farlo: potete essere originali, premurosi, affascinanti, affidabili, sinceri. E mille altre cose ancora. Dovete convertire l'attenzione in denaro. Ma non è quello che fanno le celebrità o i self-promoter senza scrupoli? È vero, ma è anche quello che fanno Google, Genentech e altre aziende che forniscono prodotti molto utili. Anche i loro concorrenti lo fanno. Lo facciamo tutti.

Inventare qualcosa e renderlo disponibile con un clic è sempre più facile. Ovunque spuntano catene commerciali piene di piccoli oggetti tecnologici e internet trabocca di siti più o meno utili. In questa crescente marea di occasioni, i prodotti sono diventati un rumore di fondo a cui è impossibile sfuggire.

Immaginate un mondo con milioni di piccoli robot di forme diverse, tutti disposti ad aiutarci. Ci siamo quasi. Prestare attenzione a tutte le cose interessanti che ci sono in circolazione è impossibile. Ci sono troppi film, canzoni, oggetti e siti interessanti.

Dimenticate i prodotti di massa e gli oggetti acclamati dalla critica che per voi non significano nulla. Concentratevi sulle cose che vi colpiscono. Ce ne sono molte. Ci sono band, libri e oggetti pensati apposta per voi.

Lo standard è l'eccellenza
Tutto ciò che non funziona o non serve è automaticamente eliminato dal sistema. Ma oggi, per avere successo, non basta che un oggetto funzioni: deve essere molto utile e funzionare molto bene. Potrei quasi dire che lo standard minimo è diventato l'eccellenza.

Per durare nel tempo, un prodotto deve attirare continuamente la nostra attenzione. Se ci riesce, arrivano anche i profitti. Il denaro è un modo per manifestare la nostra attenzione. Se continuiamo a usare il prodotto significa che ci interessa molto e se lo raccomandiamo ai nostri amici vuol dire che merita davvero la nostra attenzione.

Ok, ho creato qualcosa che merita attenzione. Dove sono i miei soldi?

Sempre più spesso arrivano indirettamente. Un esempio è il contributo degli inserzionisti. Un altro modo intelligente per attirare attenzione è la gratuità.

Come dimostra l'analisi dei quattro tipi di gratuità di Chris Anderson, ovunque c'è un prodotto gratuito si chiede in cambio attenzione. Senza un ritorno di interesse verso il produttore, la gratuità non avrebbe senso.

I modi per trasformare l'attenzione in denaro non sono nuovi. Oltre al classico acquisto in contanti, ci sono le sottoscrizioni, i club, il modello freemium, il due per tre, i discount e tutti i trucchi del commercio. Il legame tra attenzione e denaro è sicuro e affidabile.

Gli inventori di Google hanno guadagnato miliardi perché hanno offerto un servizio che le persone desideravano (il minimo necessario per un prodotto), e hanno mantenuto vivo l'interesse perché il risultato è decisamente superiore alla media. All'inizio non sapevano in che modo ne avrebbero tratto dei profitti, ma sapevano che avrebbe funzionato. Facebook, Myspace, Netflix e centinaia di altre startup lavorano sullo stesso principio.

In questo momento l'attenzione dei lettori si è spostata dalla carta stampata ai blog. Sono certo che i soldi seguiranno lo stesso percorso. Riuscire ad attirare l'attenzione per un po' è un gioco da ragazzi, il problema è mantenerla viva.

La sfida per una band non è essere scoperta ma rimanere sulla cresta dell'onda. La sfida per un sito non è avere un improvviso picco di visitatori, ma fare in modo che tornino. La scommessa per chi progetta un nuovo prodotto non è trovare qualcuno che lo compri ma che lo usi tutti i giorni. Se state esplorando nuove idee in campi considerati marginali, fidatevi: l'attenzione genera denaro.

Via: internazional.it

I nostri fratelli artificiali

Kevin Kelly immagina un mondo modellato sulle ossessioni di Philip Dick. Tra robot, cloni, specie ibride e intelligenze artificiali, gli esseri umani dovranno riflettere sulla loro identità.

Uno dei dibattiti principali di questo secolo riguarderà la ricerca di una nostra identità collettiva. L'obiettivo è capire chi siamo: cosa significa essere umani? Esistono vari tipi di umani? E cos'è esattamente un umano?

Ogni giorno la scienza scopre qualcosa di nuovo che mette in dubbio la nostra identità: terapie a base di cellule staminali, sequenze genetiche, intelligenze artificiali, robot autonomi, nuovi cloni animali, transpecie ibride, impianti neurali, droghe che potenziano la memoria, protesi artificiali e reti sociali.

Ognuno di questi elementi rende più vago il confine tra le persone: in Second life o nelle chat su internet possiamo scegliere il nostro genere, la nostra genetica e perfino la nostra specie. Con la tecnologia possiamo modificare radicalmente il nostro corpo.

Al tempo stesso ci troviamo di fronte a delle iper-realtà: simulazioni così complesse da sembrare reali; falsi talmente perfetti da essere venduti come oggetti straordinari e così seducenti da stimolare la creazione di altri falsi (ci sarà pur qualcosa da contraffare in un falso!). E inoltre immagini ritoccate con Photoshop così surreali da dar vita a un nuovo tipo di realismo, materiali sintetici più stimolanti di quelli naturali e riproduzioni migliori degli originali.

In fondo a chi importa cos'è vero e cos'è finto? Queste iper-realtà ci mettono di fronte a una serie di domande: un attacco virtuale è un vero attacco? Quanto della nostra vita reale è pura attività mentale o solo un'allucinazione collettiva? Dove finisce lo spazio della nostra mente e comincia l'esterno? E se tutto quello che percepiamo al di fuori di noi non fosse altro che la nostra stessa mente? Più comunichiamo attraverso la tecnologia e più diventa importante domandarsi cos'è reale.

Matrix sul tg delle undici
Mi hanno sempre affascinato le storie al limite della follia dello scrittore Philip K. Dick. I suoi libri trattano gli stessi argomenti che la nostra cultura affronterà per i prossimi cent'anni. In un discorso strano e affascinante del 1978, Dick raccontava: "In particolare mi interessano due domande: cos'è la realtà? E cosa ci rende umani? Ho cercato di analizzare questi temi per ventisette anni, attraverso i miei racconti e romanzi. Cosa siamo? Cos'è che ci circonda, ciò che chiamiamo il non-io o mondo empirico, fenomenico?".

Queste domande si stanno spostando progressivamente dai confini della fantascienza al centro della nostra cultura. Il problema dell'identità diventerà la notizia di apertura di Usa Today e della Cnn e la corte suprema dovrà esprimersi a riguardo. Discuteremo di questi argomenti a cena con i nostri amici.

Tra pochi decenni, quando la realtà immaginata da Dick sarà qualcosa di concreto, il suo dilemma diventerà il nostro: avremo a che fare con intelligenze artificiali più avanzate, bambini geneticamente modificati diventati adulti, menti potenziate da sostanze artificiali, realtà virtuali ormai consuete e coscienze collettive costantemente attive. Immaginate Matrix, ma sul tg delle undici. Senatori, uomini d'affari e repubblicani convinti diranno: "Ehi, e se la realtà appartenesse davvero a un altro livello? Se essere un umano fosse solo una scelta?".

Avremo grandi incertezze sull'identità della nostra specie e sulla natura di quello che consideriamo reale. Questa profonda ansietà darà vita a molti culti bizzarri, e nasceranno psicosi e guerre: la lotta all'aborto e alla schiavitù sono solo due esempi di gravi conflitti generati dall'incertezza nella definizione di ciò che è umano. Ci troveremo tutti di fronte a una serie di dubbi irrisolti.

Un robot può essere un figlio di Dio? La schiavitù delle macchine intelligenti è accettabile? Dovremmo estendere il senso di appartenenza, oltre agli animali e agli esseri viventi, anche alle cose artificiali? Se qualcosa provoca dolore, è davvero reale?

Sono domande a cui è difficile dare una risposta e che ci paralizzano con il loro peso insopportabile. Immaginate il nostro mondo nelle mani delle ossessioni di Dick. Una specie intera afflitta da una crisi di identità. Non manca molto.

Via: internazionale.it

Il noleggio batte la proprietà

Possedere le cose non ha più senso, scrive Kevin Kelly. Perché comprare qualcosa se posso avere gli stessi vantaggi con l'affitto e la condivisione?

Uso strade di cui non sono proprietario. Ho accesso al 99 per cento delle strade e delle infrastrutture del mondo, tranne qualche eccezione, perché sono pubbliche. Chiunque le può usare perché c'è qualcuno che paga le tasse.

Le strade del mondo sono a tutti gli effetti al mio servizio come se ne fossi il proprietario. Anzi, meglio: non devo preoccuparmi della loro manutenzione. Anche internet è un bene comune. Posso usarlo in qualunque momento, con estrema facilità.

Probabilmente molto presto non saremo più proprietari di dischi, libri o film. Avremo invece accesso a tutta la musica, a tutti i libri e a tutti i film pagando una tassa o un abbonamento. Non dovremo comprarli, ma potremo leggerli o ascoltarli quando vogliamo, scaricandoli dalla rete.

Per molte persone questo tipo di accesso immediato e universale è meglio della proprietà: nessun problema di accumulo, smistamento, archivio, pulizia. I prodotti digitali sono beni condivisibili e senza padrone. Anzi, in un mondo di bit la proprietà stessa diventa uno sforzo collettivo: più che la proprietà conteranno l'uso e il controllo.

Non si può possedere un'idea come se fosse un lingotto d'oro: un'idea, infatti, non vale nulla se non è condivisa. Più è al servizio di tutti, più acquista valore. Ma se non ha un proprietario, chi ne ricava qualcosa?

Nel nuovo sistema sociale gli utenti dovranno assumersi molti dei compiti che un tempo spettavano ai proprietari. E dunque, in un certo modo, l'uso diventerà proprietà.

Oggetti gratuiti
Il nostro senso della proprietà è curioso. Se compriamo un libro in pdf, pensiamo che quel libro ci appartenga. Se invece lo scarichiamo gratuitamente non abbiamo l'impressione che sia nostro.

Possedere una copia sembra meno importante che comprarla, per questo le cose gratuite non ci fanno sentire veramente proprietari. I regali invece, che per chi li riceve sono gratuiti, aumentano il nostro senso della proprietà perché li valutiamo in base al "costo di sostituzione", cioè a quanto ci costerebbe comprarli.

Se un prodotto ha un valore di mercato pari a zero non abbiamo l'impressione che ci appartenga. Quindi, più l'economia gravita intorno al concetto di gratuità, meno forte è la percezione del possesso.

Condividere è un po' come affittare. Potremmo dire che la sharing economy, l'economia della condivisione che sta emergendo dai social media, è un'economia dell'affitto. Per guardare un film alla pay tv in realtà dobbiamo noleggiarlo.

Non ne diventiamo proprietari ma paghiamo per prenderlo in prestito. Però non ci sembra un affitto perché non c'è uno scambio tangibile di beni come succede con l'affitto di un dvd. Ma quando la nostra videoteca ci farà scaricare i film in formato digitale sarà pur sempre un affitto.

Con i prodotti digitali non diciamo "affitto" perché associamo questa parola agli oggetti e non ai servizi. Affittiamo uno smoking, non un servizio internet. Ma affittare significa condividere il costo della proprietà con un gruppo. La proprietà legale è della società che offre qualcosa a noleggio, ma la proprietà effettiva (la proprietà d'uso) è nelle mani del gruppo che paga per usare un bene o un servizio.

In un contratto di affitto, l'affittuario gode di molti dei vantaggi della proprietà, ma senza bisogno di un capitale iniziale e senza spese di manutenzione.

Naturalmente gli affittuari hanno anche degli svantaggi: non hanno tutti i benefici della proprietà, come il diritto di modifica, l'accesso a lungo termine o la possibilità di ricavare un profitto in denaro.

Proprietà e affitto sono nati praticamente insieme, e oggi si può affittare quasi tutto: l'affitto delle borse da donna, per esempio, negli Stati Uniti rappresenta un mercato da nove miliardi di dollari.

La borsa di uno stilista famoso può costare anche 500 dollari, ma si può noleggiare per 30 o 60 dollari a settimana. La proprietà condivisa funziona in particolare quando l'uso è a breve termine. E per molti degli oggetti che useremo in futuro, il breve termine sarà la norma.

Beni di lusso
Dal momento che si progettano e si fabbricano nuovi oggetti, ma le ore a disposizione per usarli sono le stesse, abbiamo sempre meno tempo da dedicare a ogni singola cosa. In altre parole, in futuro i beni e i servizi ci serviranno per poco tempo e saranno sempre più candidati al noleggio e alla condivisione.

Quando hai una borsa alla moda potresti avere bisogno di nuove scarpe, gioielli e sciarpe, che a loro volta si possono noleggiare. È un fenomeno che non riguarda più solo la moda femminile. Il mercato per il noleggio di beni di lusso è in crescita. Oggi possiamo avere orologi costosi, barche, porcellane pregiate e opere d'arte per un periodo limitato, prendendole in affitto.

Anche gli oggetti più economici hanno una lunga storia di noleggio: mobili, lettini per bimbi, sedie e tavoli pieghevoli, arnesi da costruzione, tende per ricevimenti, strumenti per il fai da te e apparecchiature sanitarie possono essere prese in prestito in dodicimila società di noleggio solo negli Stati Uniti.

Leasing, licensing, abbonamenti sono tutti tipi di proprietà condivisa. In generale, affittiamo per un breve periodo e facciamo un leasing per un periodo più lungo: noleggiamo un'automobile per una settimana e la prendiamo in leasing per due anni.

Il leasing è un affitto con diritto di riscatto: pagando regolarmente una certa somma, diventiamo proprietari una volta raggiunta la cifra che corrisponde al prezzo d'acquisto. Le famiglie a basso reddito spesso ricorrono all'affitto con diritto di riscatto (a tassi di interesse altissimi) di mobili e attrezzature che altrimenti non potrebbero permettersi.

Tecnicamente un mutuo ipotecario è un tipo di contratto di affitto con diritto di riscatto in cui la proprietà è trasferita all'affittuario quando comincia a pagare le rate. La tendenza più recente della proprietà condivisa di beni materiali è la proprietà frazionata. È simile alla multiproprietà, ma con privilegi e responsabilità tipici della proprietà unica.

Gli accordi più comuni di proprietà frazionata possono concedere a un comproprietario un certo numero di ore di volo su un jet privato, la possibilità di guidare un'automobile da corsa per cinquemila chilometri all'anno o quella di trascorrere un numero limitato di giorni in una villa. In questo modo è anche possibile condividere la proprietà di una squadra di calcio, di un cavallo da corsa o di una vigna.

Un sito web creato per promuovere la proprietà frazionata dei beni di lusso la descrive così: "È il modo ideale per realizzare il massimo guadagno dal vostro investimento, acquistando solo le quote o il tempo di cui avete bisogno. Tutti gli altri aspetti, sia i vantaggi sia i costi, sono distribuiti tra un numero limitato di soci".

Seminterrato virtuale
Il difetto del noleggio dei beni materiali è che si tratta di un gioco a somma zero: solo uno vince. Se prendo in affitto la tua barca non può farlo nessun altro. Se ti affitto una borsa, non posso affittare la stessa borsa a qualcun altro.

Per rimediare a questo difetto bisognerebbe comprare più barche e più borse, ma i beni immateriali e i servizi funzionano in modo diverso: puoi affittare lo stesso film a tutti. La curva della condivisione dei beni immateriali è sempre in crescita.
La possibilità di condividere qualcosa su larga scala senza diminuire la soddisfazione del singolo utente fa crollare il costo dell'uso. All'improvviso la proprietà perde importanza.

Perché possedere qualcosa quando si ottiene lo stesso vantaggio dall'affitto, dal leasing, dalle licenze d'uso e dalla condivisione? E, cosa ancora più importante, perché farsi carico di un bene se potete accedervi in modo immediato, continuo e durevole? Se viveste nel più grande noleggio del mondo, a cosa servirebbe essere proprietari di qualcosa?

Potendo prendere in prestito tutto, aumentano i vantaggi e diminuiscono i problemi. Se ci fosse un noleggio magico, dove tutta la merce fosse immagazzinata in un seminterrato virtuale, basterebbe nominare un articolo per farlo apparire immediatamente.

Modifica e controllo
Internet è questo noleggio magico. Il suo seminterrato virtuale è infinito. Esistono sempre meno ragioni per essere proprietari di qualcosa. Attraverso l'accesso illimitato chiunque può procurarsi un bene o un servizio rapidamente, come se lo possedesse.

La qualità delle cose è identica a quella di cui si potrebbe essere proprietari, e a volte si può ottenere quello che ci serve più velocemente. L'accesso è talmente superiore alla proprietà o al possesso che sarà il traino dell'economia immateriale.

L'ostacolo principale alla trasformazione della proprietà in accesso illimitato è la questione della modifica e del controllo. Nei sistemi tradizionali solo i proprietari hanno il diritto di modificare o controllare le cose di loro proprietà. Il diritto di modifica non viene ceduto con il noleggio, il leasing o con le licenze d'uso. Invece questi diritti sono trasferiti con le licenze open source, che per questo motivo oggi sono sempre più diffuse.

La possibilità e il diritto di perfezionare, personalizzare e tenere per sé ciò che è condiviso sarà un elemento fondamentale nella crescita dell'accesso illimitato. Ma dal momento che la possibilità di modificare è sempre più ridotta nella proprietà tradizionale (pensate a quelle garanzie vincolanti), la proprietà perde valore.
La tendenza è evidente: l'accesso sbaraglia il possesso. L'accesso è meglio della proprietà.

Immersi in una bolla creativa

Ci sono posti in cui all'improvviso si accende una scintilla di energia collettiva. Non ingabbiatela e tenete alla larga avvocati e benefattori. È un'atmosfera da salvaguardare, scrive Kevin Kelly.

Lo scenio è come il genio, solo che si trova all'interno di un'intera scena culturale e non nei cromosomi di una singola persona. La parola è stata coniata da Brian Eno per descrivere l'energia creativa che si scatena in alcuni luoghi e indica "l'intelligenza e l'intuizione di un intero gruppo".

Immersi in questo clima produttivo diamo il meglio di noi perché siamo ispirati dall'ambiente e dalle persone che ci circondano, che sono sulla nostra stessa lunghezza d'onda. Lo scenio, però, si verifica solo se sono presenti alcune condizioni.

Apprezzamento reciproco: le mosse rischiose vengono incoraggiate dal gruppo, l'intelligenza è apprezzata e una forma di amichevole competizione spinge all'azione anche i più timidi. È una specie di "logica del branco" in positivo.

Scambio veloce di strumenti e tecniche: appena qualcuno scopre qualcosa di nuovo la condivide subito con il gruppo. Le idee circolano rapidamente attraverso un linguaggio comune.

Gli effetti del successo: quando ottiene un risultato sorprendente, l'intero gruppo si gode il trionfo. E questo trasmette forza per i successi a venire.

Rispetto per l'originalità: il mondo esterno non è troppo duro con le trasgressioni del gruppo. I tipi più ribelli o quelli fuori dalle righe sono protetti da questa specie di zona cuscinetto.



Imparare dagli scalatori
Lo scenio può emergere ovunque: nei corridoi di un'azienda, in un quartiere o in un'intera regione. La storia è piena di esempi. Nella letteratura moderna ci sono stati la Tavola rotonda dell'Algonquin e il gruppo di Bloomsbury.

Nell'arte c'è stata la Parigi degli anni venti, i loft di Soho a New York e, più di recente, il festival del Burning Man. E per la scienza, l'edificio 20 all'Mit e la Silicon Valley.

Tutto questo mi è tornato in mente guardando il documentario Vertical frontier sugli scalatori del Parco nazionale di Yosemite, in California.

Negli anni trenta alcuni scalatori decisero di scalare le pareti verticali dello Yosemite. Occuparono un campo permanente sulla parete nord, il Camp 4, dove spesso campeggiavano illegalmente per l'intera estate. Il gruppo era formato da giovani squattrinati appassionati di alpinismo, con molto tempo a disposizione, incuranti delle leggi e spinti da una grande voglia di scalare in modo nuovo.



Camp 4 diventò una scuola, un club e una casa estiva per molti scalatori. Diede vita a una nuova etica, a equipaggiamenti incredibilmente innovativi e inventò la maggior parte delle più moderne tecniche di arrampicata.

All'apparenza i luoghi dello scenio non hanno nulla di particolare: l'edificio 20 dell'Mit era semidiroccato, Soho era un ammasso di spazi industriali e Camp 4 è un campeggio polveroso. Ma ci si arriva solo a piedi, caricandosi tutto sulle spalle, e questo tiene alla larga gli scalatori della domenica. In più non ci sono macchine e il clima è molto intimo.

La tranquillità del posto è stata minacciata più volte e gli scalatori di tutto il mondo si sono battuti perché il posto fosse messo sotto tutela. Alla fine il campo è rimasto una specie di incubatrice per gli entusiasti dell'arrampicata.

Anche se ogni azienda o università vorrebbe ricrearlo, questo clima speciale non si può costruire a tavolino. Devono esserci i pionieri giusti, un luogo aperto ma non troppo e molte scintille di entusiasmo.

La cosa più importante è non distruggere l'atmosfera: quando il gruppo comincia a funzionare non va formalizzato. Quando vedete le prime scintille, sventolate il fuoco perché si attizzi ma non spostate lo scenio in un altro posto. Tenete alla larga avvocati, architetti e benefattori. Lasciate che il vostro scenio rimanga scomodo, strambo, marginale: in cantina, in periferia, sul retro, lassù a Camp 4. E, quando nasce, onoratelo e salvaguardatelo.

Un piccolo gruppo di veri ammiratori ( la teoria della coda lunga)

Oggi un artista non ha più bisogno di un milione di fan. Ne bastano mille per guadagnare, divertirsi e diventare una microcelebrità. Parla l'esperto di cultura digitale Kevin Kelly.

La teoria della coda lunga funziona perfettamente per due gruppi: pochi fortunati aggregatori come Amazon e Netflix, e sei miliardi di consumatori. Tra i due, credo che i più fortunati siano i consumatori.

Per gli artisti, invece, la coda lunga è una fortuna solo a metà: non solo non fa aumentare molto le vendite, ma aggiunge una concorrenza spietata e fa abbassare i prezzi. A meno che gli artisti non diventino a loro volta aggregatori del lavoro dei loro colleghi, non hanno molte alternative alla palude tranquilla delle microvendite. Cosa possono fare quindi, oltre a sperare di avere successo?

Una soluzione è trovare mille ammiratori sfegatati. Un pittore, un musicista, un fotografo, un artigiano, un attore o uno scrittore ha bisogno solo di un piccolo gruppo di fan autentici per guadagnarsi da vivere. Un fan autentico è qualcuno che ha letto tutti i vostri libri, fa trecento chilometri in macchina per sentirvi cantare dal vivo e compra l'ultimo cofanetto deluxe del vostro film anche se ha già la versione precedente.

Cerca su eBay l'edizione fuori catalogo dei vostri romanzi, viene a tutte le presentazioni e v'insegue per chiedervi l'autografo. Compra tutto quello che vi riguarda e non vede l'ora che esca il vostro prossimo lavoro. È un ammiratore appassionato, e per uscire dalla linea piatta della coda lunga bisogna stabilire un contatto diretto con lui.

Un fan al giorno per tre anni
Immaginiamo che ognuno dei vostri fan spenda ogni anno cento dollari per comprare le vostre creazioni (è una media, perché gli ammiratori più affezionati spendono molto di più).

Moltiplicato per mille fa centomila dollari all'anno che, al netto delle spese, è un reddito niente male. Mille non è un numero irraggiungibile: aggiungendo un fan al giorno ci vogliono tre anni. Inoltre lavorare per chi vi ammira sul serio dà una grande soddisfazione e vi permette di concentrarvi sulle vostre qualità migliori.

La cosa importante, però, è fare in modo che queste persone possano sostenervi direttamente: potrebbero venire a sentirvi suonare a casa vostra, ordinare le vostre stampe su Pictopia o comprare un dvd direttamente dal vostro sito. L'ideale sarebbe riuscire a trattenere l'intero importo del loro contributo: oggi è possibile grazie alla tecnologia.

I blog e i feed rss sfornano notizie e anticipazioni e l'intera rete digitale fa di tutto per rendere più veloce, economica e semplice la duplicazione e la circolazione di quantità anche minime di dati. Non c'è bisogno di un milione di fan per giustificare la produzione di qualcosa di nuovo: ne bastano mille.

Questo circolo ristretto di fan è circondato da una serie di cerchi concentrici di fan minori: questi ultimi non vi seguono con altrettanta passione, ma comprano comunque una parte della vostra produzione. Il processo che metterete in piedi per coltivare i fan più accaniti servirà ad attirare anche gli altri, e un po' alla volta potreste addirittura ritrovarvi con milioni di fedeli e ottenere un successo grandioso.

Ma il punto è che tutti quei fan non vi servono. Non serve mirare alla "testa corta" dei best seller per sfuggire alla coda lunga: c'è una via di mezzo che vi permetterà quantomeno di guadagnarvi da vivere. Questa via di mezzo si chiama "mille fan autentici", ed è l'alternativa a cui ogni giovane artista può aspirare.

Invece di provare a scalare le vette quasi inaccessibili dei dischi di platino, dei best seller e della celebrità, potete coltivare un contatto diretto con i vostri ammiratori.

Non guadagnerete una fortuna ma vi guadagnerete da vivere, e sarà molto più facile. Questa formula va bene per una persona sola, l'artista solista, ma funziona anche per un gruppo d'artisti. Basta aumentare in modo proporzionale il numero dei fan: se il numero degli artisti aumenta del 33 per cento, servirà soltanto il 33 per cento di fan in più.

Non tutti gli artisti, però, sono interessati a coltivare il loro pubblico: molti musicisti vogliono soltanto fare musica, i fotografi vogliono solo fotografare e i pittori dipingere. Ma possono puntare lo stesso all'obiettivo dei mille fan autentici: basta che trovino un agente e saranno solo in due a spartirsi la torta.

Celebrità e mecenati
Una precisazione: la cosa migliore è avere un contatto diretto con i propri fan. Il numero minimo sufficiente di fan autentici cresce rapidamente in maniera indiretta, ma non all'infinito.

Facciamo l'esempio dei blog: in questo caso il contributo del pubblico è calcolato in base ai clic sui banner pubblicitari, e quindi un blogger ha bisogno di un numero maggiore di fan per sopravvivere.

Lo stesso vale nel mondo dell'editoria: quando di mezzo ci sono grandi aziende che si prendono la fetta più grande dei ricavi del vostro lavoro, servono molti più fan per andare avanti. Più uno scrittore riesce a stabilire un contatto diretto con i suoi fan e meno ne servono. In realtà non c'è un numero esatto: ci si arriva per tentativi ma comunque è decisamente inferiore al milione.

Il fondatore di Suck.com Carl Steadman ha una sua teoria sulle microcelebrità. Secondo i suoi calcoli, chiunque sia conosciuto e amato da 1.500 persone è una microcelebrità.

Come ha detto Danny O'Brien: "C'è una persona in ogni città della Gran Bretagna che adora leggere online il vostro fumetto. È abbastanza per avere la birra pagata tutto l'anno". Altri chiamano questo fenomeno micromecenatismo. Nel 1999 John Kelsey e Bruce Schneier hanno pubblicato su First monday la teoria chiamata "Il protocollo dell'artista di strada".

"Proprio come gli artisti di strada, prima di pubblicare un libro l'autore si rivolge direttamente ai suoi lettori: 'Pubblicherò il mio prossimo romanzo appena avrò raccolto centomila dollari in donazioni'. I lettori possono andare sul sito dell'autore, controllare quanti soldi ha già raccolto e fare a loro volta una donazione. All'autore non interessa sapere né chi paga né quante sono le persone che leggeranno il libro senza aver pagato: l'unica cosa che gli interessa è riempire il salvadanaio da centomila dollari. Appena lo riempie pubblica il libro successivo. In questo caso 'pubblica' significa semplicemente 'rende disponibile' e non 'stampa e distribuisce in libreria'. A quel punto il libro è disponibile per tutti, anche per chi non ha pagato".

Nel 2004 lo scrittore Lawrence Watt-Evans ha adottato questo modello per pubblicare il suo romanzo. Ha chiesto ai suoi fan di pagare cento dollari al mese. Appena li raggiungeva, pubblicava il capitolo successivo.

Il libro è stato prima pubblicato online per i fedelissimi, e poi è andato in stampa per tutti gli altri. Ora sta scrivendo un altro romanzo con lo stesso sistema. Per andare avanti gli basteranno circa duecento fan autentici perché Watt-Evans pubblica anche in maniera tradizionale, grazie agli anticipi di un editore sostenuto economicamente da migliaia di fan minori.

Altri scrittori che si rivolgono direttamente ai fan per finanziare il loro lavoro sono Diane Duane, la coppia Sharon Lee-Steve Miller e Don Sakers. Anche il designer Greg Stolze ha usato un modello simile per lanciare due videogiochi e cinquanta persone hanno spedito dei soldi per contribuire alle spese di sviluppo

Un'alternativa alla povertà
Il fan autentico può liberare gli artisti dalla trappola della coda lunga in vari modi: spendendo di più, dando i soldi direttamente agli artisti, in modo che gli resti una quota maggiore delle vendite, oppure creando nuovi modelli di sostegno. Tra questi, oltre al micromecenatismo, c'è il prefinanziamento dei costi d'avvio di un'impresa.

Fundable.org, per esempio, è una società che permette a chiunque di raccogliere una somma di denaro per un progetto, rassicurando i finanziatori che il progetto si farà. Fundable trattiene il denaro finché non viene raggiunta l'intera somma. Se non si raggiunge il minimo stabilito, il denaro viene restituito.

Come si legge sul sito, Amelia, una soprano di vent'anni, ha messo in prevendita il suo primo cd prima ancora di entrare in uno studio di registrazione. "Se riesco a guadagnare quattrocento dollari con le prevendite, potrò permettermi il resto delle spese di registrazione", ha spiegato ai potenziali finanziatori. Con questo modello nessun cliente perde soldi se l'artista non riesce a raggiungere il suo obiettivo.

Amelia ha ricavato più di 940 dollari dalle vendite del suo album. Non bastano di certo neanche al più squattrinato degli artisti ma, facendo molta attenzione, un artista scrupoloso può ricavare molto di più.

La musicista Jill Sobule, per esempio, si è rivolta ai suoi fan per raccogliere i 75mila dollari necessari alla registrazione del suo nuovo album in uno studio professionale. È arrivata quasi a 50mila. Grazie al mecenatismo, i fan riescono a entrare in grande intimità con l'artista.

L'Associated Press ha scritto che "si può contribuire in vari modi. Con dieci dollari puoi scaricare il disco appena è pronto, mentre con diecimila vai in studio a cantare con Jill. Per cinquemila dollari la musicista si esibisce dal vivo a casa tua. I contributi più comuni sono quelli più bassi: in questi casi ricevi una copia del cd in anteprima o una citazione sul retro di copertina".

L'alternativa più comune al modello dei fan autentici è la povertà: la sociologa Ruth Towse ha intervistato una serie di artisti in Gran Bretagna e ha scoperto che quasi tutti vivono al di sotto del livello di sussistenza. Ma oggi gli artisti hanno un'altra possibilità: coltivare una cerchia di ammiratori, sfruttare il loro sostegno grazie alle nuove tecnologie e vivere più serenamente.

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COS'È LA CODA LUNGA



L'espressione è stata coniata dal direttore di Wired, Chris Anderson, in un articolo pubblicato nel 2004 e diventato poi un libro, La coda lunga (Codice 2007). Anderson spiega la strategia economica di alcune società, come Amazon o Netflix, che hanno successo grazie ai mercati di nicchia: vendere anche solo poche copie al mese di migliaia di titoli, spesso introvabili, è più redditizio che vendere migliaia di copie di pochi titoli. Il gruppo di persone che compra questi prodotti di nicchia rappresenta la coda lunga.

Come fare soldi gratis

Internet è una macchina gigantesca che sforna copie con un clic e gratuitamente. Per questo le cose impossibili da copiare sono sempre più rare e preziose, scrive Kevin Kelly.

Internet è una fotocopiatrice. Copia ogni azione, ogni caratteristica e ogni pensiero nel momento esatto in cui ci colleghiamo. Per spedire un messaggio da un punto all'altro della rete, il sistema di comunicazione lo copia più volte durante il percorso. Ogni singolo dato prodotto da ogni computer viene copiato da qualche altra parte.

A differenza delle riproduzioni di massa del passato, queste copie non sono semplicemente a buon mercato: sono gratis. Anzi, circolano con tale libertà che potremmo quasi pensare a internet come a un sistema di superdistribuzione in cui le copie scorrono all'infinito, come l'elettricità in un superconduttore. E soprattutto non spariscono mai.

Anche i sassi sanno che nulla può essere cancellato una volta che finisce su internet. Oggi l'economia si basa su questo sistema di superdistribuzione: la nostra ricchezza poggia su una gigantesca macchina che sforna copie in modo promiscuo e continuo.

In passato, però, l'economia si basava sulla vendita di copie che avevano un valore preciso. Quindi la libera circolazione di copie gratuite può mettere a repentaglio l'ordine costituito. Ma come si fa a guadagnare vendendo copie gratuite? La mia risposta è che quando le copie sono troppe, diventano inutili.

E quello che non si può copiare diventa raro e prezioso. Quando le copie sono gratis, bisogna vendere qualcosa che non si può copiare. La fiducia, per esempio, non si può copiare né comprare. Bisogna guadagnarsela con il tempo. Non si può scaricare da internet o falsificare, almeno per il momento.

Quindi, in un mondo saturo di copie, la fiducia è una qualità intangibile che ha un grande valore. Ci sono altri valori difficili da copiare, e quindi preziosi. Il modo migliore di esaminarli è partire non dal punto di vista del produttore, del costruttore o dell'autore, ma da quello dell'utente. Cominciamo con una semplice domanda: perché dovremmo pagare per qualcosa che possiamo avere gratis?

Ho individuato circa otto categorie di valori che non si possono copiare. Io li chiamo "generativi": un valore generativo è una qualità che va generata, fatta crescere e coltivata. Non si può copiare, clonare, falsificare o replicare. Viene prodotta una volta sola, in un posto e in un momento preciso. Nell'arena digitale, le qualità generative aggiungono valore alle copie gratuite. Dunque si possono vendere.

1) Immediatezza. Prima o poi tutti potremo procurarci una copia gratuita di qualunque cosa, ma riceverla nel momento esatto in cui è stata prodotta è un valore generativo. Molte persone vanno al cinema la sera della prima, e pagano un biglietto per vedere un film che poco dopo sarà disponibile in rete praticamente gratis. Anche la prima edizione di un libro o il primo esemplare della serie spesso giustificano un prezzo extra. Come qualità vendibile, l'immediatezza si articola su più livelli, a cominciare dall'accesso alle versioni beta. I fan qui vengono coinvolti nello stesso processo generativo. Spesso diamo poco valore alle versioni beta perché sono incomplete, però hanno delle qualità che è possibile vendere. L'immediatezza è un termine relativo, e deve adattarsi sia al prodotto sia al pubblico. Un blog ha un significato temporale diverso da quello di un film o di un'automobile. Ma l'immediatezza si può trovare in qualsiasi prodotto.

2) Personalizzazione. In rete possiamo scaricare un concerto gratis, ma forse saremmo disposti a pagare per avere una versione che suoni perfettamente nel nostro salotto, come se l'avessero registrata proprio lì. Allo stesso modo, la copia gratuita di un libro può essere personalizzata dall'editore in modo da seguire i gusti del lettore, oppure un film può essere montato in modo da rispecchiare le preferenze dello spettatore (niente violenza, ma le parolacce vanno bene). L'aspirina è quasi gratis, ma un'aspirina fatta su misura secondo il dna del paziente potrebbe costare parecchio. La personalizzazione richiede uno scambio continuo tra autore e consumatore: per questo è impossibile da copiare.

3) Interpretazione. C'è una battuta che dice: il software è gratis, il manuale costa diecimila dollari. Ma alcune aziende famose si guadagnano da vivere proprio così: offrono assistenza a pagamento per software gratuiti. Credo che molte informazioni genetiche seguiranno la stessa strada: avere la copia del proprio dna oggi costa caro, ma presto le aziende farmaceutiche pagheranno per avere la vostra sequenza genetica. La copia della sequenza sarà gratis, ma sapere interpretarla e usarla – cioè avere il suo manuale genetico – costerà parecchio.

4) Autenticità. Potete anche scaricare un software senza pagarlo, ma anche se non avete bisogno di un manuale dovrete assicurarvi che il programma sia affidabile e a prova di bug. L'autenticità si paga. In rete si trovano molte registrazioni dei Grateful Dead, ma se comprate una canzone direttamente dalla band sarete sicuri che è proprio quella che stavate cercando. I pittori affrontano questo problema da molto tempo e spesso le litografie e le foto hanno un marchio di autenticità dell'artista, che fa salire il prezzo della copia. La filigrana digitale e altre tecnologie per l'autenticazione non riescono a impedire la riproduzione ma assicurano che la copia è autentica.

5) Accessibilità. La proprietà è quasi sempre una gran rottura di scatole: bisogna tenere le cose in ordine, aggiornarle e fare sempre una copia di backup. E in questo mondo mobile, bisogna anche portarsele dietro. Molti, me compreso, sarebbero più che felici di gestire le proprie cose attraverso un abbonamento: pagherei una società per avere accesso a ogni brano digitale esistente, film, libro o foto, quando e dove voglio. Loro faranno una copia di backup di tutto, pagheranno gli autori e mi daranno quello che desidero sul telefono, sul palmare, sul portatile o attraverso un megaschermo, ovunque mi trovi.

6) Corporeità. La copia digitale è incorporea: posso prendere la copia gratuita di un lavoro e trasferirla in un attimo sul mio schermo. Forse però mi piacerebbe guardarla in alta risoluzione su uno schermo gigante o magari in 3D. Il pdf non è male, ma a volte è meraviglioso poter leggere le stesse parole su carta bianca morbida, rivestita di pelle. E che dire di una bella partita al nostro gioco (gratuito) preferito con altre 35 persone, tutti nella stessa stanza? Certo, l'alta risoluzione di oggi – quella che ci spinge ad acquistare un biglietto e a fare la fila al cinema – in futuro la troveremo sugli home theater.

Ma ci saranno sempre delle tecnologie di trasmissione video eccezionali che i consumatori non avranno mai. Proiezioni laser, rappresentazioni olografiche, il ponte ologrammi di Star Trek! E, ancora, non c'è niente di più corporeo della musica durante un concerto dal vivo, con i musicisti in carne e ossa. La musica è gratis, il concerto costa. Questa formula sta diventando sempre più comune anche tra gli scrittori: il libro è gratis, andare a una presentazione dell'autore si paga.

7) Mecenatismo. Sono convinto che, in realtà, il pubblico voglia pagare gli autori. Ai fan piace ricompensare gli artisti, i musicisti e gli scrittori perché così entrano in contatto con i loro idoli. Ma sono disposti a pagare solo se il processo è molto semplice, se la somma è ragionevole e se hanno la certezza che i soldi finiranno direttamente nelle tasche degli autori. L'ultimo esperimento dei Radiohead è un esempio perfetto: per scaricare il loro ultimo album potete pagare la cifra che vi sembra più giusta. Il sottile legame che unisce i fan e l'artista ha un valore. Nel caso dei Radiohead questo valore è di circa 5 dollari a down load.

8) Reperibilità. Non è una caratteristica delle singole opere, ma un valore legato all'insieme in cui sono raccolte. Un costo zero non contribuisce ad attirare l'attenzione su un'opera. Anzi, a volte può essere controproducente. Ma a prescindere dal prezzo, un'opera non ha valore se non è visibile: un capolavoro nascosto non vale niente. Quando ci sono milioni di libri, di canzoni, di film, di cose (spesso gratis) che richiedono la nostra attenzione, trovare quello che stiamo cercando diventa fondamentale.

I grandi aggregatori come Amazon e Netflix hanno successo perché aiutano le persone a trovare quello che gli piace di più. Sfruttano la teoria della "coda lunga", che mette in contatto il pubblico di nicchia con gli autori di nicchia. Purtroppo, però, la coda lunga fa bene soprattutto agli aggregatori più grandi, come gli editori, gli studios e le etichette discografiche. Ma dato che per essere reperibili bisogna far parte di un sistema, gli autori hanno bisogno degli aggregatori.

Ecco perché gli editori, gli studios e le etichette discografiche non spariranno mai. Non servono alla distribuzione delle copie (per quello c'è già internet), ma indirizzano l'attenzione delle persone verso le opere.

Partendo da un oceano infinito di possibilità, le case discografiche hanno il compito di trovare e coltivare il lavoro di quegli artisti che, secondo loro, hanno più possibilità di avere successo. Ci sono poi altri mediatori, come i critici e i recensori, che contribuiscono a orientare l'attenzione del pubblico.

I fan si affidano a questa rete di reperibilità per scoprire le cose più interessanti tra i milioni di opere prodotte ogni giorno. Si possono fare molti soldi scoprendo talenti: il settimanale Tv Guide ha guadagnato per anni più dei canali tv di cui consigliava i programmi.

Questi otto valori richiedono delle nuove competenze. Nell'era della copia gratuita il successo non dipende dalle capacità di distribuzione: per quello c'è la "grande fotocopiatrice". Non servono neanche le conoscenze legali sulla proprietà intellettuale e il diritto d'autore.

Al contrario, le otto qualità generative richiedono una nuova consapevolezza: che l'abbondanza alimenta la condivisione, la generosità è un modello di business e oggi è fondamentale coltivare e far crescere tutto ciò che non si può replicare con un clic. Il denaro, nell'economia della rete, non segue la strada della copia. Segue la strada dell'attenzione e l'attenzione ha i suoi circuiti.

I lettori più attenti avranno notato che non ho parlato della pubblicità, che spesso è considerata l'unico modo per avere tutto gratis.

Molte delle soluzioni che ho proposto richiedono una qualche forma di pubblicità, ma credo che in futuro sarà solo uno dei tanti modi per fare soldi vendendo ciò che è gratis. Ma questa è un'altra storia.

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