"La forza del sogno è quella di disegnare qualcosa dove agli altri vogliono essere" Andrea Pontremoli
Thursday, 4 March 2010
Andrea Pontremoli : La forza del sogno
Wednesday, 30 September 2009
Paradosso del compleanno
Il paradosso del compleanno (o problema del compleanno) è un paradosso di teoria della probabilità definito nel 1939 da Richard von Mises. Il paradosso afferma che la probabilità che almeno due persone in un gruppo compiano gli anni lo stesso giorno è largamente superiore a quanto potrebbe dire l'intuito: infatti già in un gruppo di 23 persone la probabilità è circa del 51%; con 30 persone essa supera il 70%, con 50 persone tocca addirittura il 97%, anche se per arrivare all'evento certo occorre considerare un gruppo di almeno 367 persone (per il principio dei cassetti).
Per effettuare il calcolo, si ricorre alla formula per la probabilità degli eventi indipendenti: per rendere più semplice il calcolo si assume che gli anni siano tutti di 365 giorni e che i compleanni siano equiprobabili, anche se ciò non è esatto. Aggiungere il giorno bisestile peggiora leggermente la probabilità, ma in compenso il fatto che i compleanni non siano equiprobabili la alza.
Il modo più semplice per calcolare la probabilità P(p) che ci siano almeno due persone appartenenti ad un gruppo di p persone che compiano gli anni lo stesso giorno è calcolare dapprima la probabilità P1(p) che ciò non accada. Il ragionamento è questo: data una qualunque persona del gruppo (indipendentemente dalla data del suo compleanno), vi sono 364 casi su 365 in cui il compleanno di una seconda persona avvenga in un giorno diverso; se si considera una terza persona, ci sono 363 casi su 365 in cui compie gli anni in un giorno diverso dalle prime due persone e via dicendo.
Friday, 18 September 2009
Silicon Mind
Video
Thursday, 30 July 2009
i 7 principi della complessità
L’esempio classico è uno stormo di uccelli che vola in formazione, sul web invece possiamo applicare il principio ai motori di ricerca “umani” come Wikipedia o Yahoo Answer dove gli utenti, all’interno di un sito chiuso, sulla base di semplici regole si danno un’organizzazione che crea qualcosa di molto articolato sebbene di fatto spontaneo.
2) Orlo del caos: tutti i sistemi viventi evolvono quando si trovano in uno stato di confine tra il caos e l’ordine, troppo caos provoca la disintegrazione, troppo ordine la fossilizzazione.
Per il web 2.0 il ragionamento non può essere diverso: se un sito o una tecnologia non consente nessuna variazione e sperimentazione agli utenti presto muore, così come un sistema senza nessun tipo di regola è destinato a disintegrarsi.
Per questo ad esempio esistono le API o i codici sorgenti dell’open source, che consentono di spingersi sempre più avanti ma che sono gestiti da gruppi più o meno ampi quando devono essere messe a disposizione di tutti in modo da applicare solo quelle novità che portano un reale beneficio e da indirizzare il lavoro verso le soluzioni davvero utili.
3) Principio ologrammatico: il tutto è in una parte, la parte è nel tutto. Ciò è quanto mai vero nei social network e nei siti che consentono di condividere informazioni o file, dove il contributo individuale (ad es. una voce in Wikipedia) acquista piena importanza solo all’interno della community e dove allo stesso tempo il sito contenitore ha senso e funziona solo grazie a tutte le piccole parti che lo compongono e che appaiono all’esterno come un insieme unico.
4) Impossibilità della previsione: sembra anche qui chiaro che in un contesto dove sono gli utenti a creare la maggior parte dei contenuti e del valore aggiunto è di fatto impossibile prevedere tutti gli usi del servizio che si va erogando.
Per fare un esempio concreto, nel progettare un social network si possono prevedere una serie di funzioni ma poi bisogna essere pronti a capire e gestire tutti gli usi imprevisti dello strumento che gli utenti adottano e che possono diventare poi la killer application dell’intero sistema, imprevedibile finché le persone non iniziano a interagire fra loro.
5) Potere delle connessioni: il tutto è maggiore della somma delle sue parti.
Una cosa vera per tutte le relazioni ma che sul web, grazie all’enorme bacino disponibile e all’aiuto della tecnologia, porta ad un’accelerazione notevole del fenomeno.
6) Causalità circolare: nei sistemi complessi la causa genera l’effetto che retroagisce di nuovo sulla causa in modo circolare.
Per quanto riguarda il web possiamo individuare questa situazione in qualsiasi nuovo servizio a carattere relazionale dove la tecnologia genera degli usi sociale del mezzo comportando delle modifiche della tecnologia che di nuovo agiscono sui modi d’uso in processo circolare.
7) Apprendimento try&learn: in un contesto complesso l’unico modo di apprendere è quello che procede per tentativi.
Via: Internet Manager Blog
Monday, 27 July 2009
L'attenzione è potere
Le nuove regole per la new economy possono essere riassunte con una formula: dove c'è attenzione c'è denaro. È l'attenzione a fare la differenza. I beni di lusso restano tali per un breve periodo di tempo. Appena vengono contraffatti sono alla portata di tutti. Le cose più prestigiose non solo attirano l'attenzione, ma la mantengono viva.
Ci sono molti modi per farlo: potete essere originali, premurosi, affascinanti, affidabili, sinceri. E mille altre cose ancora. Dovete convertire l'attenzione in denaro. Ma non è quello che fanno le celebrità o i self-promoter senza scrupoli? È vero, ma è anche quello che fanno Google, Genentech e altre aziende che forniscono prodotti molto utili. Anche i loro concorrenti lo fanno. Lo facciamo tutti.
Inventare qualcosa e renderlo disponibile con un clic è sempre più facile. Ovunque spuntano catene commerciali piene di piccoli oggetti tecnologici e internet trabocca di siti più o meno utili. In questa crescente marea di occasioni, i prodotti sono diventati un rumore di fondo a cui è impossibile sfuggire.
Immaginate un mondo con milioni di piccoli robot di forme diverse, tutti disposti ad aiutarci. Ci siamo quasi. Prestare attenzione a tutte le cose interessanti che ci sono in circolazione è impossibile. Ci sono troppi film, canzoni, oggetti e siti interessanti.
Dimenticate i prodotti di massa e gli oggetti acclamati dalla critica che per voi non significano nulla. Concentratevi sulle cose che vi colpiscono. Ce ne sono molte. Ci sono band, libri e oggetti pensati apposta per voi.
Lo standard è l'eccellenza
Tutto ciò che non funziona o non serve è automaticamente eliminato dal sistema. Ma oggi, per avere successo, non basta che un oggetto funzioni: deve essere molto utile e funzionare molto bene. Potrei quasi dire che lo standard minimo è diventato l'eccellenza.
Per durare nel tempo, un prodotto deve attirare continuamente la nostra attenzione. Se ci riesce, arrivano anche i profitti. Il denaro è un modo per manifestare la nostra attenzione. Se continuiamo a usare il prodotto significa che ci interessa molto e se lo raccomandiamo ai nostri amici vuol dire che merita davvero la nostra attenzione.
Ok, ho creato qualcosa che merita attenzione. Dove sono i miei soldi?
Sempre più spesso arrivano indirettamente. Un esempio è il contributo degli inserzionisti. Un altro modo intelligente per attirare attenzione è la gratuità.
Come dimostra l'analisi dei quattro tipi di gratuità di Chris Anderson, ovunque c'è un prodotto gratuito si chiede in cambio attenzione. Senza un ritorno di interesse verso il produttore, la gratuità non avrebbe senso.
I modi per trasformare l'attenzione in denaro non sono nuovi. Oltre al classico acquisto in contanti, ci sono le sottoscrizioni, i club, il modello freemium, il due per tre, i discount e tutti i trucchi del commercio. Il legame tra attenzione e denaro è sicuro e affidabile.
Gli inventori di Google hanno guadagnato miliardi perché hanno offerto un servizio che le persone desideravano (il minimo necessario per un prodotto), e hanno mantenuto vivo l'interesse perché il risultato è decisamente superiore alla media. All'inizio non sapevano in che modo ne avrebbero tratto dei profitti, ma sapevano che avrebbe funzionato. Facebook, Myspace, Netflix e centinaia di altre startup lavorano sullo stesso principio.
In questo momento l'attenzione dei lettori si è spostata dalla carta stampata ai blog. Sono certo che i soldi seguiranno lo stesso percorso. Riuscire ad attirare l'attenzione per un po' è un gioco da ragazzi, il problema è mantenerla viva.
La sfida per una band non è essere scoperta ma rimanere sulla cresta dell'onda. La sfida per un sito non è avere un improvviso picco di visitatori, ma fare in modo che tornino. La scommessa per chi progetta un nuovo prodotto non è trovare qualcuno che lo compri ma che lo usi tutti i giorni. Se state esplorando nuove idee in campi considerati marginali, fidatevi: l'attenzione genera denaro.
Via: internazional.it
I nostri fratelli artificiali
Uno dei dibattiti principali di questo secolo riguarderà la ricerca di una nostra identità collettiva. L'obiettivo è capire chi siamo: cosa significa essere umani? Esistono vari tipi di umani? E cos'è esattamente un umano?
Ogni giorno la scienza scopre qualcosa di nuovo che mette in dubbio la nostra identità: terapie a base di cellule staminali, sequenze genetiche, intelligenze artificiali, robot autonomi, nuovi cloni animali, transpecie ibride, impianti neurali, droghe che potenziano la memoria, protesi artificiali e reti sociali.
Ognuno di questi elementi rende più vago il confine tra le persone: in Second life o nelle chat su internet possiamo scegliere il nostro genere, la nostra genetica e perfino la nostra specie. Con la tecnologia possiamo modificare radicalmente il nostro corpo.
Al tempo stesso ci troviamo di fronte a delle iper-realtà: simulazioni così complesse da sembrare reali; falsi talmente perfetti da essere venduti come oggetti straordinari e così seducenti da stimolare la creazione di altri falsi (ci sarà pur qualcosa da contraffare in un falso!). E inoltre immagini ritoccate con Photoshop così surreali da dar vita a un nuovo tipo di realismo, materiali sintetici più stimolanti di quelli naturali e riproduzioni migliori degli originali.
In fondo a chi importa cos'è vero e cos'è finto? Queste iper-realtà ci mettono di fronte a una serie di domande: un attacco virtuale è un vero attacco? Quanto della nostra vita reale è pura attività mentale o solo un'allucinazione collettiva? Dove finisce lo spazio della nostra mente e comincia l'esterno? E se tutto quello che percepiamo al di fuori di noi non fosse altro che la nostra stessa mente? Più comunichiamo attraverso la tecnologia e più diventa importante domandarsi cos'è reale.
Matrix sul tg delle undici
Mi hanno sempre affascinato le storie al limite della follia dello scrittore Philip K. Dick. I suoi libri trattano gli stessi argomenti che la nostra cultura affronterà per i prossimi cent'anni. In un discorso strano e affascinante del 1978, Dick raccontava: "In particolare mi interessano due domande: cos'è la realtà? E cosa ci rende umani? Ho cercato di analizzare questi temi per ventisette anni, attraverso i miei racconti e romanzi. Cosa siamo? Cos'è che ci circonda, ciò che chiamiamo il non-io o mondo empirico, fenomenico?".
Queste domande si stanno spostando progressivamente dai confini della fantascienza al centro della nostra cultura. Il problema dell'identità diventerà la notizia di apertura di Usa Today e della Cnn e la corte suprema dovrà esprimersi a riguardo. Discuteremo di questi argomenti a cena con i nostri amici.
Tra pochi decenni, quando la realtà immaginata da Dick sarà qualcosa di concreto, il suo dilemma diventerà il nostro: avremo a che fare con intelligenze artificiali più avanzate, bambini geneticamente modificati diventati adulti, menti potenziate da sostanze artificiali, realtà virtuali ormai consuete e coscienze collettive costantemente attive. Immaginate Matrix, ma sul tg delle undici. Senatori, uomini d'affari e repubblicani convinti diranno: "Ehi, e se la realtà appartenesse davvero a un altro livello? Se essere un umano fosse solo una scelta?".
Avremo grandi incertezze sull'identità della nostra specie e sulla natura di quello che consideriamo reale. Questa profonda ansietà darà vita a molti culti bizzarri, e nasceranno psicosi e guerre: la lotta all'aborto e alla schiavitù sono solo due esempi di gravi conflitti generati dall'incertezza nella definizione di ciò che è umano. Ci troveremo tutti di fronte a una serie di dubbi irrisolti.
Un robot può essere un figlio di Dio? La schiavitù delle macchine intelligenti è accettabile? Dovremmo estendere il senso di appartenenza, oltre agli animali e agli esseri viventi, anche alle cose artificiali? Se qualcosa provoca dolore, è davvero reale?
Sono domande a cui è difficile dare una risposta e che ci paralizzano con il loro peso insopportabile. Immaginate il nostro mondo nelle mani delle ossessioni di Dick. Una specie intera afflitta da una crisi di identità. Non manca molto.
Via: internazionale.it
Il noleggio batte la proprietà
Uso strade di cui non sono proprietario. Ho accesso al 99 per cento delle strade e delle infrastrutture del mondo, tranne qualche eccezione, perché sono pubbliche. Chiunque le può usare perché c'è qualcuno che paga le tasse.
Le strade del mondo sono a tutti gli effetti al mio servizio come se ne fossi il proprietario. Anzi, meglio: non devo preoccuparmi della loro manutenzione. Anche internet è un bene comune. Posso usarlo in qualunque momento, con estrema facilità.
Probabilmente molto presto non saremo più proprietari di dischi, libri o film. Avremo invece accesso a tutta la musica, a tutti i libri e a tutti i film pagando una tassa o un abbonamento. Non dovremo comprarli, ma potremo leggerli o ascoltarli quando vogliamo, scaricandoli dalla rete.
Per molte persone questo tipo di accesso immediato e universale è meglio della proprietà: nessun problema di accumulo, smistamento, archivio, pulizia. I prodotti digitali sono beni condivisibili e senza padrone. Anzi, in un mondo di bit la proprietà stessa diventa uno sforzo collettivo: più che la proprietà conteranno l'uso e il controllo.
Non si può possedere un'idea come se fosse un lingotto d'oro: un'idea, infatti, non vale nulla se non è condivisa. Più è al servizio di tutti, più acquista valore. Ma se non ha un proprietario, chi ne ricava qualcosa?
Nel nuovo sistema sociale gli utenti dovranno assumersi molti dei compiti che un tempo spettavano ai proprietari. E dunque, in un certo modo, l'uso diventerà proprietà.
Oggetti gratuiti
Il nostro senso della proprietà è curioso. Se compriamo un libro in pdf, pensiamo che quel libro ci appartenga. Se invece lo scarichiamo gratuitamente non abbiamo l'impressione che sia nostro.
Possedere una copia sembra meno importante che comprarla, per questo le cose gratuite non ci fanno sentire veramente proprietari. I regali invece, che per chi li riceve sono gratuiti, aumentano il nostro senso della proprietà perché li valutiamo in base al "costo di sostituzione", cioè a quanto ci costerebbe comprarli.
Se un prodotto ha un valore di mercato pari a zero non abbiamo l'impressione che ci appartenga. Quindi, più l'economia gravita intorno al concetto di gratuità, meno forte è la percezione del possesso.
Condividere è un po' come affittare. Potremmo dire che la sharing economy, l'economia della condivisione che sta emergendo dai social media, è un'economia dell'affitto. Per guardare un film alla pay tv in realtà dobbiamo noleggiarlo.
Non ne diventiamo proprietari ma paghiamo per prenderlo in prestito. Però non ci sembra un affitto perché non c'è uno scambio tangibile di beni come succede con l'affitto di un dvd. Ma quando la nostra videoteca ci farà scaricare i film in formato digitale sarà pur sempre un affitto.
Con i prodotti digitali non diciamo "affitto" perché associamo questa parola agli oggetti e non ai servizi. Affittiamo uno smoking, non un servizio internet. Ma affittare significa condividere il costo della proprietà con un gruppo. La proprietà legale è della società che offre qualcosa a noleggio, ma la proprietà effettiva (la proprietà d'uso) è nelle mani del gruppo che paga per usare un bene o un servizio.
In un contratto di affitto, l'affittuario gode di molti dei vantaggi della proprietà, ma senza bisogno di un capitale iniziale e senza spese di manutenzione.
Naturalmente gli affittuari hanno anche degli svantaggi: non hanno tutti i benefici della proprietà, come il diritto di modifica, l'accesso a lungo termine o la possibilità di ricavare un profitto in denaro.
Proprietà e affitto sono nati praticamente insieme, e oggi si può affittare quasi tutto: l'affitto delle borse da donna, per esempio, negli Stati Uniti rappresenta un mercato da nove miliardi di dollari.
La borsa di uno stilista famoso può costare anche 500 dollari, ma si può noleggiare per 30 o 60 dollari a settimana. La proprietà condivisa funziona in particolare quando l'uso è a breve termine. E per molti degli oggetti che useremo in futuro, il breve termine sarà la norma.
Beni di lusso
Dal momento che si progettano e si fabbricano nuovi oggetti, ma le ore a disposizione per usarli sono le stesse, abbiamo sempre meno tempo da dedicare a ogni singola cosa. In altre parole, in futuro i beni e i servizi ci serviranno per poco tempo e saranno sempre più candidati al noleggio e alla condivisione.
Quando hai una borsa alla moda potresti avere bisogno di nuove scarpe, gioielli e sciarpe, che a loro volta si possono noleggiare. È un fenomeno che non riguarda più solo la moda femminile. Il mercato per il noleggio di beni di lusso è in crescita. Oggi possiamo avere orologi costosi, barche, porcellane pregiate e opere d'arte per un periodo limitato, prendendole in affitto.
Anche gli oggetti più economici hanno una lunga storia di noleggio: mobili, lettini per bimbi, sedie e tavoli pieghevoli, arnesi da costruzione, tende per ricevimenti, strumenti per il fai da te e apparecchiature sanitarie possono essere prese in prestito in dodicimila società di noleggio solo negli Stati Uniti.
Leasing, licensing, abbonamenti sono tutti tipi di proprietà condivisa. In generale, affittiamo per un breve periodo e facciamo un leasing per un periodo più lungo: noleggiamo un'automobile per una settimana e la prendiamo in leasing per due anni.
Il leasing è un affitto con diritto di riscatto: pagando regolarmente una certa somma, diventiamo proprietari una volta raggiunta la cifra che corrisponde al prezzo d'acquisto. Le famiglie a basso reddito spesso ricorrono all'affitto con diritto di riscatto (a tassi di interesse altissimi) di mobili e attrezzature che altrimenti non potrebbero permettersi.
Tecnicamente un mutuo ipotecario è un tipo di contratto di affitto con diritto di riscatto in cui la proprietà è trasferita all'affittuario quando comincia a pagare le rate. La tendenza più recente della proprietà condivisa di beni materiali è la proprietà frazionata. È simile alla multiproprietà, ma con privilegi e responsabilità tipici della proprietà unica.
Gli accordi più comuni di proprietà frazionata possono concedere a un comproprietario un certo numero di ore di volo su un jet privato, la possibilità di guidare un'automobile da corsa per cinquemila chilometri all'anno o quella di trascorrere un numero limitato di giorni in una villa. In questo modo è anche possibile condividere la proprietà di una squadra di calcio, di un cavallo da corsa o di una vigna.
Un sito web creato per promuovere la proprietà frazionata dei beni di lusso la descrive così: "È il modo ideale per realizzare il massimo guadagno dal vostro investimento, acquistando solo le quote o il tempo di cui avete bisogno. Tutti gli altri aspetti, sia i vantaggi sia i costi, sono distribuiti tra un numero limitato di soci".
Seminterrato virtuale
Il difetto del noleggio dei beni materiali è che si tratta di un gioco a somma zero: solo uno vince. Se prendo in affitto la tua barca non può farlo nessun altro. Se ti affitto una borsa, non posso affittare la stessa borsa a qualcun altro.
Per rimediare a questo difetto bisognerebbe comprare più barche e più borse, ma i beni immateriali e i servizi funzionano in modo diverso: puoi affittare lo stesso film a tutti. La curva della condivisione dei beni immateriali è sempre in crescita.
La possibilità di condividere qualcosa su larga scala senza diminuire la soddisfazione del singolo utente fa crollare il costo dell'uso. All'improvviso la proprietà perde importanza.
Perché possedere qualcosa quando si ottiene lo stesso vantaggio dall'affitto, dal leasing, dalle licenze d'uso e dalla condivisione? E, cosa ancora più importante, perché farsi carico di un bene se potete accedervi in modo immediato, continuo e durevole? Se viveste nel più grande noleggio del mondo, a cosa servirebbe essere proprietari di qualcosa?
Potendo prendere in prestito tutto, aumentano i vantaggi e diminuiscono i problemi. Se ci fosse un noleggio magico, dove tutta la merce fosse immagazzinata in un seminterrato virtuale, basterebbe nominare un articolo per farlo apparire immediatamente.
Modifica e controllo
Internet è questo noleggio magico. Il suo seminterrato virtuale è infinito. Esistono sempre meno ragioni per essere proprietari di qualcosa. Attraverso l'accesso illimitato chiunque può procurarsi un bene o un servizio rapidamente, come se lo possedesse.
La qualità delle cose è identica a quella di cui si potrebbe essere proprietari, e a volte si può ottenere quello che ci serve più velocemente. L'accesso è talmente superiore alla proprietà o al possesso che sarà il traino dell'economia immateriale.
L'ostacolo principale alla trasformazione della proprietà in accesso illimitato è la questione della modifica e del controllo. Nei sistemi tradizionali solo i proprietari hanno il diritto di modificare o controllare le cose di loro proprietà. Il diritto di modifica non viene ceduto con il noleggio, il leasing o con le licenze d'uso. Invece questi diritti sono trasferiti con le licenze open source, che per questo motivo oggi sono sempre più diffuse.
La possibilità e il diritto di perfezionare, personalizzare e tenere per sé ciò che è condiviso sarà un elemento fondamentale nella crescita dell'accesso illimitato. Ma dal momento che la possibilità di modificare è sempre più ridotta nella proprietà tradizionale (pensate a quelle garanzie vincolanti), la proprietà perde valore.
La tendenza è evidente: l'accesso sbaraglia il possesso. L'accesso è meglio della proprietà.
Immersi in una bolla creativa
Lo scenio è come il genio, solo che si trova all'interno di un'intera scena culturale e non nei cromosomi di una singola persona. La parola è stata coniata da Brian Eno per descrivere l'energia creativa che si scatena in alcuni luoghi e indica "l'intelligenza e l'intuizione di un intero gruppo".
Immersi in questo clima produttivo diamo il meglio di noi perché siamo ispirati dall'ambiente e dalle persone che ci circondano, che sono sulla nostra stessa lunghezza d'onda. Lo scenio, però, si verifica solo se sono presenti alcune condizioni.
• Apprezzamento reciproco: le mosse rischiose vengono incoraggiate dal gruppo, l'intelligenza è apprezzata e una forma di amichevole competizione spinge all'azione anche i più timidi. È una specie di "logica del branco" in positivo.
• Scambio veloce di strumenti e tecniche: appena qualcuno scopre qualcosa di nuovo la condivide subito con il gruppo. Le idee circolano rapidamente attraverso un linguaggio comune.
• Gli effetti del successo: quando ottiene un risultato sorprendente, l'intero gruppo si gode il trionfo. E questo trasmette forza per i successi a venire.
• Rispetto per l'originalità: il mondo esterno non è troppo duro con le trasgressioni del gruppo. I tipi più ribelli o quelli fuori dalle righe sono protetti da questa specie di zona cuscinetto.
Imparare dagli scalatori
Lo scenio può emergere ovunque: nei corridoi di un'azienda, in un quartiere o in un'intera regione. La storia è piena di esempi. Nella letteratura moderna ci sono stati la Tavola rotonda dell'Algonquin e il gruppo di Bloomsbury.
Nell'arte c'è stata la Parigi degli anni venti, i loft di Soho a New York e, più di recente, il festival del Burning Man. E per la scienza, l'edificio 20 all'Mit e la Silicon Valley.
Tutto questo mi è tornato in mente guardando il documentario Vertical frontier sugli scalatori del Parco nazionale di Yosemite, in California.
Negli anni trenta alcuni scalatori decisero di scalare le pareti verticali dello Yosemite. Occuparono un campo permanente sulla parete nord, il Camp 4, dove spesso campeggiavano illegalmente per l'intera estate. Il gruppo era formato da giovani squattrinati appassionati di alpinismo, con molto tempo a disposizione, incuranti delle leggi e spinti da una grande voglia di scalare in modo nuovo.
Camp 4 diventò una scuola, un club e una casa estiva per molti scalatori. Diede vita a una nuova etica, a equipaggiamenti incredibilmente innovativi e inventò la maggior parte delle più moderne tecniche di arrampicata.
All'apparenza i luoghi dello scenio non hanno nulla di particolare: l'edificio 20 dell'Mit era semidiroccato, Soho era un ammasso di spazi industriali e Camp 4 è un campeggio polveroso. Ma ci si arriva solo a piedi, caricandosi tutto sulle spalle, e questo tiene alla larga gli scalatori della domenica. In più non ci sono macchine e il clima è molto intimo.
La tranquillità del posto è stata minacciata più volte e gli scalatori di tutto il mondo si sono battuti perché il posto fosse messo sotto tutela. Alla fine il campo è rimasto una specie di incubatrice per gli entusiasti dell'arrampicata.
Anche se ogni azienda o università vorrebbe ricrearlo, questo clima speciale non si può costruire a tavolino. Devono esserci i pionieri giusti, un luogo aperto ma non troppo e molte scintille di entusiasmo.
La cosa più importante è non distruggere l'atmosfera: quando il gruppo comincia a funzionare non va formalizzato. Quando vedete le prime scintille, sventolate il fuoco perché si attizzi ma non spostate lo scenio in un altro posto. Tenete alla larga avvocati, architetti e benefattori. Lasciate che il vostro scenio rimanga scomodo, strambo, marginale: in cantina, in periferia, sul retro, lassù a Camp 4. E, quando nasce, onoratelo e salvaguardatelo.
Un piccolo gruppo di veri ammiratori ( la teoria della coda lunga)
La teoria della coda lunga funziona perfettamente per due gruppi: pochi fortunati aggregatori come Amazon e Netflix, e sei miliardi di consumatori. Tra i due, credo che i più fortunati siano i consumatori.
Per gli artisti, invece, la coda lunga è una fortuna solo a metà: non solo non fa aumentare molto le vendite, ma aggiunge una concorrenza spietata e fa abbassare i prezzi. A meno che gli artisti non diventino a loro volta aggregatori del lavoro dei loro colleghi, non hanno molte alternative alla palude tranquilla delle microvendite. Cosa possono fare quindi, oltre a sperare di avere successo?
Una soluzione è trovare mille ammiratori sfegatati. Un pittore, un musicista, un fotografo, un artigiano, un attore o uno scrittore ha bisogno solo di un piccolo gruppo di fan autentici per guadagnarsi da vivere. Un fan autentico è qualcuno che ha letto tutti i vostri libri, fa trecento chilometri in macchina per sentirvi cantare dal vivo e compra l'ultimo cofanetto deluxe del vostro film anche se ha già la versione precedente.
Cerca su eBay l'edizione fuori catalogo dei vostri romanzi, viene a tutte le presentazioni e v'insegue per chiedervi l'autografo. Compra tutto quello che vi riguarda e non vede l'ora che esca il vostro prossimo lavoro. È un ammiratore appassionato, e per uscire dalla linea piatta della coda lunga bisogna stabilire un contatto diretto con lui.
Un fan al giorno per tre anni
Immaginiamo che ognuno dei vostri fan spenda ogni anno cento dollari per comprare le vostre creazioni (è una media, perché gli ammiratori più affezionati spendono molto di più).
Moltiplicato per mille fa centomila dollari all'anno che, al netto delle spese, è un reddito niente male. Mille non è un numero irraggiungibile: aggiungendo un fan al giorno ci vogliono tre anni. Inoltre lavorare per chi vi ammira sul serio dà una grande soddisfazione e vi permette di concentrarvi sulle vostre qualità migliori.
La cosa importante, però, è fare in modo che queste persone possano sostenervi direttamente: potrebbero venire a sentirvi suonare a casa vostra, ordinare le vostre stampe su Pictopia o comprare un dvd direttamente dal vostro sito. L'ideale sarebbe riuscire a trattenere l'intero importo del loro contributo: oggi è possibile grazie alla tecnologia.
I blog e i feed rss sfornano notizie e anticipazioni e l'intera rete digitale fa di tutto per rendere più veloce, economica e semplice la duplicazione e la circolazione di quantità anche minime di dati. Non c'è bisogno di un milione di fan per giustificare la produzione di qualcosa di nuovo: ne bastano mille.
Questo circolo ristretto di fan è circondato da una serie di cerchi concentrici di fan minori: questi ultimi non vi seguono con altrettanta passione, ma comprano comunque una parte della vostra produzione. Il processo che metterete in piedi per coltivare i fan più accaniti servirà ad attirare anche gli altri, e un po' alla volta potreste addirittura ritrovarvi con milioni di fedeli e ottenere un successo grandioso.
Ma il punto è che tutti quei fan non vi servono. Non serve mirare alla "testa corta" dei best seller per sfuggire alla coda lunga: c'è una via di mezzo che vi permetterà quantomeno di guadagnarvi da vivere. Questa via di mezzo si chiama "mille fan autentici", ed è l'alternativa a cui ogni giovane artista può aspirare.
Invece di provare a scalare le vette quasi inaccessibili dei dischi di platino, dei best seller e della celebrità, potete coltivare un contatto diretto con i vostri ammiratori.
Non guadagnerete una fortuna ma vi guadagnerete da vivere, e sarà molto più facile. Questa formula va bene per una persona sola, l'artista solista, ma funziona anche per un gruppo d'artisti. Basta aumentare in modo proporzionale il numero dei fan: se il numero degli artisti aumenta del 33 per cento, servirà soltanto il 33 per cento di fan in più.
Non tutti gli artisti, però, sono interessati a coltivare il loro pubblico: molti musicisti vogliono soltanto fare musica, i fotografi vogliono solo fotografare e i pittori dipingere. Ma possono puntare lo stesso all'obiettivo dei mille fan autentici: basta che trovino un agente e saranno solo in due a spartirsi la torta.
Celebrità e mecenati
Una precisazione: la cosa migliore è avere un contatto diretto con i propri fan. Il numero minimo sufficiente di fan autentici cresce rapidamente in maniera indiretta, ma non all'infinito.
Facciamo l'esempio dei blog: in questo caso il contributo del pubblico è calcolato in base ai clic sui banner pubblicitari, e quindi un blogger ha bisogno di un numero maggiore di fan per sopravvivere.
Lo stesso vale nel mondo dell'editoria: quando di mezzo ci sono grandi aziende che si prendono la fetta più grande dei ricavi del vostro lavoro, servono molti più fan per andare avanti. Più uno scrittore riesce a stabilire un contatto diretto con i suoi fan e meno ne servono. In realtà non c'è un numero esatto: ci si arriva per tentativi ma comunque è decisamente inferiore al milione.
Il fondatore di Suck.com Carl Steadman ha una sua teoria sulle microcelebrità. Secondo i suoi calcoli, chiunque sia conosciuto e amato da 1.500 persone è una microcelebrità.
Come ha detto Danny O'Brien: "C'è una persona in ogni città della Gran Bretagna che adora leggere online il vostro fumetto. È abbastanza per avere la birra pagata tutto l'anno". Altri chiamano questo fenomeno micromecenatismo. Nel 1999 John Kelsey e Bruce Schneier hanno pubblicato su First monday la teoria chiamata "Il protocollo dell'artista di strada".
"Proprio come gli artisti di strada, prima di pubblicare un libro l'autore si rivolge direttamente ai suoi lettori: 'Pubblicherò il mio prossimo romanzo appena avrò raccolto centomila dollari in donazioni'. I lettori possono andare sul sito dell'autore, controllare quanti soldi ha già raccolto e fare a loro volta una donazione. All'autore non interessa sapere né chi paga né quante sono le persone che leggeranno il libro senza aver pagato: l'unica cosa che gli interessa è riempire il salvadanaio da centomila dollari. Appena lo riempie pubblica il libro successivo. In questo caso 'pubblica' significa semplicemente 'rende disponibile' e non 'stampa e distribuisce in libreria'. A quel punto il libro è disponibile per tutti, anche per chi non ha pagato".
Nel 2004 lo scrittore Lawrence Watt-Evans ha adottato questo modello per pubblicare il suo romanzo. Ha chiesto ai suoi fan di pagare cento dollari al mese. Appena li raggiungeva, pubblicava il capitolo successivo.
Il libro è stato prima pubblicato online per i fedelissimi, e poi è andato in stampa per tutti gli altri. Ora sta scrivendo un altro romanzo con lo stesso sistema. Per andare avanti gli basteranno circa duecento fan autentici perché Watt-Evans pubblica anche in maniera tradizionale, grazie agli anticipi di un editore sostenuto economicamente da migliaia di fan minori.
Un'alternativa alla povertà
Il fan autentico può liberare gli artisti dalla trappola della coda lunga in vari modi: spendendo di più, dando i soldi direttamente agli artisti, in modo che gli resti una quota maggiore delle vendite, oppure creando nuovi modelli di sostegno. Tra questi, oltre al micromecenatismo, c'è il prefinanziamento dei costi d'avvio di un'impresa.
Fundable.org, per esempio, è una società che permette a chiunque di raccogliere una somma di denaro per un progetto, rassicurando i finanziatori che il progetto si farà. Fundable trattiene il denaro finché non viene raggiunta l'intera somma. Se non si raggiunge il minimo stabilito, il denaro viene restituito.
Come si legge sul sito, Amelia, una soprano di vent'anni, ha messo in prevendita il suo primo cd prima ancora di entrare in uno studio di registrazione. "Se riesco a guadagnare quattrocento dollari con le prevendite, potrò permettermi il resto delle spese di registrazione", ha spiegato ai potenziali finanziatori. Con questo modello nessun cliente perde soldi se l'artista non riesce a raggiungere il suo obiettivo.
Amelia ha ricavato più di 940 dollari dalle vendite del suo album. Non bastano di certo neanche al più squattrinato degli artisti ma, facendo molta attenzione, un artista scrupoloso può ricavare molto di più.
La musicista Jill Sobule, per esempio, si è rivolta ai suoi fan per raccogliere i 75mila dollari necessari alla registrazione del suo nuovo album in uno studio professionale. È arrivata quasi a 50mila. Grazie al mecenatismo, i fan riescono a entrare in grande intimità con l'artista.
L'Associated Press ha scritto che "si può contribuire in vari modi. Con dieci dollari puoi scaricare il disco appena è pronto, mentre con diecimila vai in studio a cantare con Jill. Per cinquemila dollari la musicista si esibisce dal vivo a casa tua. I contributi più comuni sono quelli più bassi: in questi casi ricevi una copia del cd in anteprima o una citazione sul retro di copertina".
L'alternativa più comune al modello dei fan autentici è la povertà: la sociologa Ruth Towse ha intervistato una serie di artisti in Gran Bretagna e ha scoperto che quasi tutti vivono al di sotto del livello di sussistenza. Ma oggi gli artisti hanno un'altra possibilità: coltivare una cerchia di ammiratori, sfruttare il loro sostegno grazie alle nuove tecnologie e vivere più serenamente.
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COS'È LA CODA LUNGA
L'espressione è stata coniata dal direttore di Wired, Chris Anderson, in un articolo pubblicato nel 2004 e diventato poi un libro, La coda lunga (Codice 2007). Anderson spiega la strategia economica di alcune società, come Amazon o Netflix, che hanno successo grazie ai mercati di nicchia: vendere anche solo poche copie al mese di migliaia di titoli, spesso introvabili, è più redditizio che vendere migliaia di copie di pochi titoli. Il gruppo di persone che compra questi prodotti di nicchia rappresenta la coda lunga.
Come fare soldi gratis
Internet è una fotocopiatrice. Copia ogni azione, ogni caratteristica e ogni pensiero nel momento esatto in cui ci colleghiamo. Per spedire un messaggio da un punto all'altro della rete, il sistema di comunicazione lo copia più volte durante il percorso. Ogni singolo dato prodotto da ogni computer viene copiato da qualche altra parte.
A differenza delle riproduzioni di massa del passato, queste copie non sono semplicemente a buon mercato: sono gratis. Anzi, circolano con tale libertà che potremmo quasi pensare a internet come a un sistema di superdistribuzione in cui le copie scorrono all'infinito, come l'elettricità in un superconduttore. E soprattutto non spariscono mai.
Anche i sassi sanno che nulla può essere cancellato una volta che finisce su internet. Oggi l'economia si basa su questo sistema di superdistribuzione: la nostra ricchezza poggia su una gigantesca macchina che sforna copie in modo promiscuo e continuo.
In passato, però, l'economia si basava sulla vendita di copie che avevano un valore preciso. Quindi la libera circolazione di copie gratuite può mettere a repentaglio l'ordine costituito. Ma come si fa a guadagnare vendendo copie gratuite? La mia risposta è che quando le copie sono troppe, diventano inutili.
E quello che non si può copiare diventa raro e prezioso. Quando le copie sono gratis, bisogna vendere qualcosa che non si può copiare. La fiducia, per esempio, non si può copiare né comprare. Bisogna guadagnarsela con il tempo. Non si può scaricare da internet o falsificare, almeno per il momento.
Quindi, in un mondo saturo di copie, la fiducia è una qualità intangibile che ha un grande valore. Ci sono altri valori difficili da copiare, e quindi preziosi. Il modo migliore di esaminarli è partire non dal punto di vista del produttore, del costruttore o dell'autore, ma da quello dell'utente. Cominciamo con una semplice domanda: perché dovremmo pagare per qualcosa che possiamo avere gratis?
Ho individuato circa otto categorie di valori che non si possono copiare. Io li chiamo "generativi": un valore generativo è una qualità che va generata, fatta crescere e coltivata. Non si può copiare, clonare, falsificare o replicare. Viene prodotta una volta sola, in un posto e in un momento preciso. Nell'arena digitale, le qualità generative aggiungono valore alle copie gratuite. Dunque si possono vendere.
1) Immediatezza. Prima o poi tutti potremo procurarci una copia gratuita di qualunque cosa, ma riceverla nel momento esatto in cui è stata prodotta è un valore generativo. Molte persone vanno al cinema la sera della prima, e pagano un biglietto per vedere un film che poco dopo sarà disponibile in rete praticamente gratis. Anche la prima edizione di un libro o il primo esemplare della serie spesso giustificano un prezzo extra. Come qualità vendibile, l'immediatezza si articola su più livelli, a cominciare dall'accesso alle versioni beta. I fan qui vengono coinvolti nello stesso processo generativo. Spesso diamo poco valore alle versioni beta perché sono incomplete, però hanno delle qualità che è possibile vendere. L'immediatezza è un termine relativo, e deve adattarsi sia al prodotto sia al pubblico. Un blog ha un significato temporale diverso da quello di un film o di un'automobile. Ma l'immediatezza si può trovare in qualsiasi prodotto.
2) Personalizzazione. In rete possiamo scaricare un concerto gratis, ma forse saremmo disposti a pagare per avere una versione che suoni perfettamente nel nostro salotto, come se l'avessero registrata proprio lì. Allo stesso modo, la copia gratuita di un libro può essere personalizzata dall'editore in modo da seguire i gusti del lettore, oppure un film può essere montato in modo da rispecchiare le preferenze dello spettatore (niente violenza, ma le parolacce vanno bene). L'aspirina è quasi gratis, ma un'aspirina fatta su misura secondo il dna del paziente potrebbe costare parecchio. La personalizzazione richiede uno scambio continuo tra autore e consumatore: per questo è impossibile da copiare.
3) Interpretazione. C'è una battuta che dice: il software è gratis, il manuale costa diecimila dollari. Ma alcune aziende famose si guadagnano da vivere proprio così: offrono assistenza a pagamento per software gratuiti. Credo che molte informazioni genetiche seguiranno la stessa strada: avere la copia del proprio dna oggi costa caro, ma presto le aziende farmaceutiche pagheranno per avere la vostra sequenza genetica. La copia della sequenza sarà gratis, ma sapere interpretarla e usarla – cioè avere il suo manuale genetico – costerà parecchio.
4) Autenticità. Potete anche scaricare un software senza pagarlo, ma anche se non avete bisogno di un manuale dovrete assicurarvi che il programma sia affidabile e a prova di bug. L'autenticità si paga. In rete si trovano molte registrazioni dei Grateful Dead, ma se comprate una canzone direttamente dalla band sarete sicuri che è proprio quella che stavate cercando. I pittori affrontano questo problema da molto tempo e spesso le litografie e le foto hanno un marchio di autenticità dell'artista, che fa salire il prezzo della copia. La filigrana digitale e altre tecnologie per l'autenticazione non riescono a impedire la riproduzione ma assicurano che la copia è autentica.
5) Accessibilità. La proprietà è quasi sempre una gran rottura di scatole: bisogna tenere le cose in ordine, aggiornarle e fare sempre una copia di backup. E in questo mondo mobile, bisogna anche portarsele dietro. Molti, me compreso, sarebbero più che felici di gestire le proprie cose attraverso un abbonamento: pagherei una società per avere accesso a ogni brano digitale esistente, film, libro o foto, quando e dove voglio. Loro faranno una copia di backup di tutto, pagheranno gli autori e mi daranno quello che desidero sul telefono, sul palmare, sul portatile o attraverso un megaschermo, ovunque mi trovi.
6) Corporeità. La copia digitale è incorporea: posso prendere la copia gratuita di un lavoro e trasferirla in un attimo sul mio schermo. Forse però mi piacerebbe guardarla in alta risoluzione su uno schermo gigante o magari in 3D. Il pdf non è male, ma a volte è meraviglioso poter leggere le stesse parole su carta bianca morbida, rivestita di pelle. E che dire di una bella partita al nostro gioco (gratuito) preferito con altre 35 persone, tutti nella stessa stanza? Certo, l'alta risoluzione di oggi – quella che ci spinge ad acquistare un biglietto e a fare la fila al cinema – in futuro la troveremo sugli home theater.
Ma ci saranno sempre delle tecnologie di trasmissione video eccezionali che i consumatori non avranno mai. Proiezioni laser, rappresentazioni olografiche, il ponte ologrammi di Star Trek! E, ancora, non c'è niente di più corporeo della musica durante un concerto dal vivo, con i musicisti in carne e ossa. La musica è gratis, il concerto costa. Questa formula sta diventando sempre più comune anche tra gli scrittori: il libro è gratis, andare a una presentazione dell'autore si paga.
7) Mecenatismo. Sono convinto che, in realtà, il pubblico voglia pagare gli autori. Ai fan piace ricompensare gli artisti, i musicisti e gli scrittori perché così entrano in contatto con i loro idoli. Ma sono disposti a pagare solo se il processo è molto semplice, se la somma è ragionevole e se hanno la certezza che i soldi finiranno direttamente nelle tasche degli autori. L'ultimo esperimento dei Radiohead è un esempio perfetto: per scaricare il loro ultimo album potete pagare la cifra che vi sembra più giusta. Il sottile legame che unisce i fan e l'artista ha un valore. Nel caso dei Radiohead questo valore è di circa 5 dollari a down load.
8) Reperibilità. Non è una caratteristica delle singole opere, ma un valore legato all'insieme in cui sono raccolte. Un costo zero non contribuisce ad attirare l'attenzione su un'opera. Anzi, a volte può essere controproducente. Ma a prescindere dal prezzo, un'opera non ha valore se non è visibile: un capolavoro nascosto non vale niente. Quando ci sono milioni di libri, di canzoni, di film, di cose (spesso gratis) che richiedono la nostra attenzione, trovare quello che stiamo cercando diventa fondamentale.
I grandi aggregatori come Amazon e Netflix hanno successo perché aiutano le persone a trovare quello che gli piace di più. Sfruttano la teoria della "coda lunga", che mette in contatto il pubblico di nicchia con gli autori di nicchia. Purtroppo, però, la coda lunga fa bene soprattutto agli aggregatori più grandi, come gli editori, gli studios e le etichette discografiche. Ma dato che per essere reperibili bisogna far parte di un sistema, gli autori hanno bisogno degli aggregatori.
Ecco perché gli editori, gli studios e le etichette discografiche non spariranno mai. Non servono alla distribuzione delle copie (per quello c'è già internet), ma indirizzano l'attenzione delle persone verso le opere.
Partendo da un oceano infinito di possibilità, le case discografiche hanno il compito di trovare e coltivare il lavoro di quegli artisti che, secondo loro, hanno più possibilità di avere successo. Ci sono poi altri mediatori, come i critici e i recensori, che contribuiscono a orientare l'attenzione del pubblico.
I fan si affidano a questa rete di reperibilità per scoprire le cose più interessanti tra i milioni di opere prodotte ogni giorno. Si possono fare molti soldi scoprendo talenti: il settimanale Tv Guide ha guadagnato per anni più dei canali tv di cui consigliava i programmi.
Questi otto valori richiedono delle nuove competenze. Nell'era della copia gratuita il successo non dipende dalle capacità di distribuzione: per quello c'è la "grande fotocopiatrice". Non servono neanche le conoscenze legali sulla proprietà intellettuale e il diritto d'autore.
Al contrario, le otto qualità generative richiedono una nuova consapevolezza: che l'abbondanza alimenta la condivisione, la generosità è un modello di business e oggi è fondamentale coltivare e far crescere tutto ciò che non si può replicare con un clic. Il denaro, nell'economia della rete, non segue la strada della copia. Segue la strada dell'attenzione e l'attenzione ha i suoi circuiti.
I lettori più attenti avranno notato che non ho parlato della pubblicità, che spesso è considerata l'unico modo per avere tutto gratis.
Molte delle soluzioni che ho proposto richiedono una qualche forma di pubblicità, ma credo che in futuro sarà solo uno dei tanti modi per fare soldi vendendo ciò che è gratis. Ma questa è un'altra storia.
Friday, 19 June 2009
10° anniversario del "Cluetrain Manifesto"
- I mercati sono conversazioni.
- I mercati sono fatti di esseri umani, non di segmenti demografici.
- Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana.
- Sia che fornisca informazioni, opinioni, scenari, argomenti contro o divertenti digressioni, la voce umana è sostanzialmente aperta, naturale, non artificiosa.
- Le persone si riconoscono l’un l’altra come tali dal suono di questa voce.
- Internet permette delle conversazioni tra esseri umani che erano semplicemente impossibili nell’era dei mass media.
- Gli iperlink sovvertono la gerarchia.
- Sia nei mercati interconnessi che tra i dipendenti delle aziende intraconnessi, le persone si parlano in un nuovo modo. Molto più efficace.
- Queste conversazioni in rete stanno facendo nascere nuove forme di organizzazione sociale e un nuovo scambio della conoscenza.
- Il risultato è che i mercati stanno diventando più intelligenti, più informati, più organizzati. Partecipare a un mercato in rete cambia profondamente le persone.
- Le persone nei mercati in rete sono riuscite a capire che possono ottenere informazioni e sostegno più tra di loro, che da chi vende. Lo stesso vale per la retorica aziendale circa il valore aggiunto ai loro prodotti di base.
- Non ci sono segreti. Il mercato online conosce i prodotti meglio delle aziende che li fanno. E se una cosa è buona o cattiva, comunque lo dicono a tutti.
- Ciò che accade ai mercati accade anche a chi lavora nelle aziende. L’entità metafisica chiamata "L’Azienda" è la sola cosa che li divide.
- Le aziende non parlano con la stessa voce di queste nuove conversazioni in rete. Vogliono rivolgersi a un pubblico online, ma la loro voce suona vuota, piatta, letteralmente inumana.
- Appena tra qualche anno, l’attuale "omogeneizzata" voce del business – il suono della missione aziendale e delle brochures – sembrerà artefatta e artificiale quanto il linguaggio della corte francese nel settecento.
- Le aziende che parlano il linguaggio dei ciarlatani già oggi non stanno più parlando a nessuno.
- Se le aziende pensano che i loro mercati online siano gli stessi che guardavano le loro pubblicità in televisione, si stanno prendendo in giro da sole.
- Le aziende che non capiscono che i loro mercati sono ormai una rete tra singoli individui, sempre più intelligenti e coinvolti, stanno perdendo la loro migliore occasione.
- Le aziende possono ora comunicare direttamente con i loro mercati. Se non lo capiscono, potrebbe essere la loro ultima occasione.
- Le aziende devono capire che i loro mercati ridono spesso. Di loro.
- Le aziende dovrebbero rilassarsi e prendersi meno sul serio. Hanno bisogno di un po’ di senso dell’umorismo.
- Avere senso dell’umorismo non significa mettere le barzellette nel sito web aziendale. Piuttosto, avere dei valori, un po’ di umiltà, parlar chiaro e un onesto punto di vista.
- Le aziende che cercano di "posizionarsi" devono prendere posizione. Nel migliore dei casi, su qualcosa che interessi davvero il loro mercato.
- Vanterie ampollose del tipo "Siamo posizionati per essere il primo fornitore di XYZ" non costituiscono un posizionamento.
- Le aziende devono scendere dalla loro torre d’avorio e parlare con la gente con la quale vogliono entrare in contatto.
- Le Pubbliche Relazioni non si relazionano con il pubblico. Le aziende hanno una paura tremenda dei loro mercati.
- Parlando con un linguaggio lontano, poco invitante, arrogante, tengono i mercati alla larga.
- Molti programmi di marketing si basano sulla paura che il mercato possa vedere cosa succede realmente all’interno delle aziende.
- Elvis l’ha detto meglio di tutti: "Non possiamo andare avanti sospettandoci a vicenda".
- La fedeltà a una marca è la versione aziendale della coppia fissa, ma la rottura è inevitabile ed è in arrivo. Poiché sono in rete, i mercati intelligenti possono rinegoziare la relazione con incredibile rapidità.
- I mercati in rete possono cambiare fornitore dalla sera alla mattina. I lavoratori della conoscenza in rete possono cambiare datore di lavoro nel tempo dell’intervallo del pranzo. Le vostre "iniziative di downsizing" ci hanno insegnato a domandarci "La fedeltà? Cos’è?"
- I mercati intelligenti troveranno i fornitori che parlano il loro stesso linguaggio.
- Imparare a parlare con voce umana non è un gioco di società. E non può essere improvvisato a un qualsiasi convegno solo per darsi un tono.
- Per parlare con voce umana, le aziende devono condividere i problemi della loro comunità.
- Ma prima, devono appartenere a una comunità.
- Le aziende devono chiedersi dove finisce la loro cultura di impresa.
- Se la loro cultura finisce prima che inizi la comunità, allora non hanno mercato.
- Le comunità umane sono basate sulla comunicazione – su discorsi umani su problemi umani.
- La comunità della comunicazione è il mercato.
- Le aziende che non appartengono a una comunità della comunicazione sono destinate a morire.
- Le aziende fanno della sicurezza una religione, ma si tratta in gran parte di una manovra diversiva. Più che dai concorrenti, la maggior parte si difende dal mercato e dai suoi stessi dipendenti.
- Come per i mercati in rete, le persone si parlano direttamente anche dentrol’azienda – e non proprio di regole e regolamenti, comunicazioni della direzione, profitti e perdite.
- Queste conversazioni si svolgono oggi sulle intranet aziendali. Ma solo quando ci sono le condizioni.
- Di solito le aziende impongono l’intranet dall’alto, per distribuire documenti sulla politica del personale e altre informazioni aziendali che i dipendenti fanno del loro meglio per ignorare.
- Le intranet emanano noia. Le migliori sono quelle costruite dal basso da singole persone che si impegnano per dare vita a qualcosa di molto più valido: una conversazione aziendale in rete.
- Una intranet in buona salute organizza i dipendenti nel più ampio significato del termine. Il suo effetto è più radicale di qualsiasi piattaforma sindacale.
- Se questo spaventa a morte le aziende, è pur vero che esse dipendono fortemente dalle intranet aperte per far emergere e condividere le conoscenze più importanti. Devono resistere all’impulso di "migliorare" o tenere sotto controllo queste conversazioni in rete.
- Quando le intranet aziendali non sono condizionate da timori o da un eccesso di regole, incoraggiano un tipo di conversazione molto simile a quella dei mercati in rete.
- Gli organigrammi funzionavano nella vecchia economia, in cui i piani dovevano essere ben compresi da tutta la piramide gerarchica e dettagliati piani di lavoro potevano scendere dall’alto.
- Oggi, l’organigramma è fatto di link, non di gerarchie. Il rispetto per la conoscenza vince su quello per l’autorità astratta.
- Gli stili di management basati sul comando e sul controllo derivano dalla burocrazia e al tempo stesso la rafforzano. Il risultato sono la lotta per il potere e una cultura di impresa paranoica.
- La paranoia uccide la conversazione. Questo è il punto. Ma la mancanza di conversazione uccide le aziende.
- Ci sono due conversazioni in corso. Una all’interno dell’azienda, l’altra con il mercato.
- Nessuna delle due va bene, nella maggior parte dei casi. Quasi sempre, alla base del fallimento ci sono le vecchie idee di comando e controllo.
- Come politica di impresa, queste idee sono velenose. Come strumenti, sono fuori uso. Comando e controllo sono visti con ostilità dai lavoratori della conoscenza e con sfiducia dai mercati online.
- Queste due conversazioni vogliono parlare l’una con l’altra. Parlano lo stesso linguaggio. Si riconoscono l’un l’altra dalla voce.
- Le aziende intelligenti si faranno da parte per far accadere l’inevitabile il prima possibile.
- Se la volontà di farsi da parte è presa come parametro del quoziente di intelligenza, allora veramente poche aziende si mostrano rinsavite.
- Seppur subliminalmente, milioni di persone sulla rete percepiscono ormai le aziende come strane finzioni legali che fanno di tutto perché queste due conversazioni non si incontrino.
- Questo è suicidio. I mercati vogliono parlare con le aziende.
- E’ triste, ma la parte di azienda con cui i mercati vogliono parlare è spesso nascosta dietro una cortina di fumo, il cui linguaggio suona falso – e spesso lo è.
- I mercati non vogliono parlare con ciarlatani e venditori ambulanti. Vogliono partecipare alle conversazioni che si svolgono dietro i firewall delle aziende.
- Sveliamoci e parliamo di noi: quei mercati siamo Noi. Vogliamo parlare con voi.
- Vogliamo accedere alle vostre informazioni, ai vostri progetti, alle vostre strategie, ai vostri migliori cervelli, alle vostre vere conoscenze. Non ci accontentiamo delle vostre brochures a 4 colori, né dei vostri siti Internet sovraccarichi di bella grafica ma senza alcuna sostanza.
- Noi siamo anche i dipendenti che fanno andare avanti le vostre aziende. Vogliamo parlare ai clienti direttamente, con le nostre voci e non con i luoghi comuni delle brochures.
- Come mercati, come dipendenti, siamo stufi a morte di ottenere le informazioni da un lontano ente di controllo.
- Come mercati, come dipendenti, ci domandiamo perché non ci ascoltate. Sembrate parlare una lingua diversa.
- Il linguaggio tronfio e gonfio con cui parlate in giro – nella stampa, ai congressi – cosa ha a che fare con noi?
- Forse fate una certa impressione sugli investitori. Forse fate una certa impressione in Borsa. Ma su di noi non fate alcuna impressione.
- Se non fate alcuna impressione su di noi, i vostri investitori possono andare a fare un bagno. Non lo capiscono? Se lo capissero, non vi lascerebbero parlare così.
- Le vostre vecchie idee di "mercato" ci fanno alzare gli occhi al cielo. Non ci riconosciamo nelle vostre previsioni – forse perché sappiamo di stare già da un’altra parte.
- Questo nuovo mercato ci piace molto di più. In effetti, lo stiamo creando noi.
- Siete invitati, ma è il nostro mondo. Levatevi le scarpe sulla soglia. Se volete trattare con noi, scendete dal cammello.
- Siamo immuni dalla pubblicità. Semplicemente dimenticatela.
- Se volete che parliamo con voi, diteci qualcosa. Tanto per cambiare, fate qualcosa di interessante.
- Abbiamo qualche idea anche per voi: alcuni nuovi strumenti, alcuni nuovi servizi. Roba che pagheremmo volentieri. Avete un minuto?
- Siete troppo occupati nel vostro business per rispondere a un’e-mail? Oh, spiacenti, torneremo. Forse.
- Volete i nostri soldi? Noi vogliamo la vostra attenzione.
- Interrompete il viaggio, uscite da quell’auto-coinvolgimento nevrotico, venite alla festa.
- Niente paura, potete ancora fare soldi. A patto che non sia l’unica cosa che avete in mente.
- Avete notato che di per sé i soldi sono qualcosa di noioso e a una sola dimensione? Di cos’altro possiamo parlare?
- Il vostro prodotto si è rotto. Perché? Vorremmo parlare col tipo che l’ha fatto. La vostra strategia aziendale non significa niente. Vorremmo scambiare due parole con l’amministratore delegato. Che vuol dire che "non c’è"?
- Vogliamo che prendiate sul serio 50 milioni di noi almeno quanto prendete sul serio un solo reporter del Wall Street Journal.
- Conosciamo alcune persone della vostra azienda. Sono piuttosto bravi online. Ne nascondete altri, di bravi? Possono uscire ed entrare in gioco anche loro?
- Quando abbiamo delle domande, ci cerchiamo l’un l’altro per le risposte. Se non esercitaste un tale controllo sulle "vostre persone", sarebbero anche loro tra le persone che cercheremmo.
- Quando non siamo occupati a fare il vostro "mercato target", molti di noi sonole vostre persone. Preferiamo chiacchierare online con gli amici che guardare l’orologio. Questo farebbe conoscere il vostro nome molto di più del vostro sito internet da un milione di dollari. Ma siete voi a dirci che è la Divisione Marketing che deve parlare al mercato.
- Ci piacerebbe che sapeste cosa sta succedendo qui. Sarebbe davvero bello. Ma sarebbe un grave errore pensare che ce ne stiamo con le mani in mano.
- Abbiamo di meglio da fare che preoccuparci se riuscirete a cambiare in tempo. Il business è solo una parte della nostra vita. Sembra essere invece tutta la vostra. Pensateci: chi ha bisogno di chi?
- Il nostro potere è reale e lo sappiamo. Se non riuscite a vedere la luce alla fine del tunnel, arriverà qualcuno più attento, più interessante, più divertente con cui giocare.
- Anche nel peggiore dei casi, la nostra nuova conversazione è più interessante della maggior parte delle fiere commerciali, più divertente di ogni sitcom televisiva, e certamente più vicina alla vita di qualsiasi sito web aziendale.
- Siamo leali verso noi stessi, - i nostri amici, i nostri nuovi alleati, i nostri conoscenti, persino verso i nostri compagni di battute. Le aziende che non fanno parte di questo mondo non hanno nemmeno un futuro.
- Le aziende stanno spendendo miliardi di dollari per il problema dell’Anno 2000. Come fanno a non sentire la bomba a orologeria nei loro mercati? La posta in gioco è persino più alta.
- Siamo dentro e fuori le aziende. I confini delle nostre conversazioni sembrano il Muro di Berlino di oggi, ma in realtà sono solo una seccatura. Sappiamo che stanno crollando. Lavoreremo da entrambe le parti per farle venire giù.
- Alle aziende tradizionali le conversazioni online possono sembrare confuse. Ma ci stiamo organizzando più rapidamente di loro. Abbiamo strumenti migliori, più idee nuove, nessuna regola che ci rallenti.
- Ci stiamo svegliando e ci stiamo linkando. Stiamo a guardare, ma non ad aspettare.
Via: mestierediscrivere.com
Wednesday, 18 March 2009
Time Management: L'arte di organizzare il proprio tempo
Se esiste una risorsa che rende tutti uguali e di cui tutti disponiamo allo stesso modo, questo è il tempo. La giornata del ricco è del povero è della stessa durata, appena ventiquattro ore, e nessuno può esercitare alcun potere su di esso. E’ sufficiente fissare per un attimo lo sguardo sull’orologio che portiamo al polso, sia esso un rolex in oro o un bieco plasticotto trovato nel fustino del dixan, per rendersi conto che ognuno di quei secondi sfugge al nostro controllo, e niente al mondo ci permetterà di recuperarlo.
Quante volte si ripete a se stessi la frase “mi piacerebbe fare…ma non ho tempo.”, “se avessi più tempo potrei…”, ma come mai è così difficile trovare il tempo per iniziare un nuovo progetto come imparare una nuova lingua, frequentare un corso, iscriversi in palestra per buttar giù l’odiosa pancetta, mentre lo si trova facilmente per fare un giro di telefonate per organizzare una cena con gli amici, guardare una partita di calcio in tv, o, peggio, sonnecchiare un intero pomeriggio sul divano?
Attività piacevoli, queste ultime, non v’è dubbio, e a volte anche necessarie, ma forse poco proficue. Teoria ancor più valida, se a queste sussegue lo sconforto che assale chi, giorno dopo giorno, avverte l’amara sensazione di concludere poco, o nulla. La domanda da porsi è allora questa: sono sicuro di impiegare il mio tempo nel miglior modo possibile? L’ovvia risposta è: no!
Secondo il parere degli esperti, infatti, una cattiva gestione del tempo è la prima causa di scarso successo di qualunque progetto. Abbiamo chiesto a questi, quindi, di far luce su quello che in gergo viene definito “Time Management”, ovvero, la capacità di gestire e organizzare questa preziosa risorsa.
Cosa si intende per “Time Management”?
Risponde il Dr. Antonio Dondolini, Personal Coach e Tainer di Programmazione Neuro Linguistica
Il time management è un approccio nuovo e per molti aspetti rivoluzionario ad uno dei fattori più importanti della nostra esistenza: il tempo.
Sino ad oggi il tempo è stato considerato soltanto come una delle molteplici variabili (ed una delle più importanti) che influenza la nostra vita in ogni suo aspetto. In questa visione il tempo veniva visto come un fattore limitante con il quale fare i conti, una variabile che potenzialmente, e spesso anche fattivamente, limita o addirittura impedisce i compiti e le attività umane nonché il raggiungimento di determinati obiettivi.
Questa variabile sino ad oggi è stata subita passivamente; tuttalpiù si è lavorato per aumentare (o a seconda dei casi diminuire) il tempo a nostra disposizione (o quello necessario) per l'esecuzione di un determinato compito.
Con il T.M., invece, siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione copernicana nell'approccio al fattore tempo. Infatti con questo innovativo modello il tempo passa dall'essere una variabile limitante subita passivamente al diventare una preziosa risorsa da amministrare e coltivare. Una risorsa che, al pari della altre, concorre alla riuscita di un determinato compito o al raggiungimento di un particolare obiettivo. Una risorsa che deve essere coltivata e valorizzata che, opportunamente gestita, può realmente fare la differenza e permetterci di eccellere in un determinato compito o ambito della nostra vita.
Il T.M. è quindi prima di tutto un cambiamento di mentalità.
Perché è importante?
Risponde Sara Cicolani, Strategic Coach, Manager del Benessere®, ideatrice dei metodi Wellness & Holistic Coaching®
Aiuta a trasformare le idee in realtà, ad imparare a gestire e programmare la lista di cose ‘da fare’, ad affrontare le situazioni ‘una per volta’, a progettare e raggiungere obiettivi in qualsiasi ambito della propria vita a breve, medio e lungo termine ed ovviamente molto di più.
E’un metodo utile per chiunque - ad es. una casalinga, un operaio, uno studente -, o è adatto solo a chi svolge un particolare tipo di lavoro che presume svariati impegni e scadenze?
Risponde la Dott.ssa Maria Donatella Stefanini, Medico chirurgo e Licensed trainer di PNL.
Nessuno ha impegni e scadenze più serrati di uno studente o di una casalinga: avete mai provato a preparare la colazione mentre vestite i bambini e lasciate la commissioni alla colf mentre mentalmente ripassate le commissioni da fare PRIMA di andare al lavoro? Il time management è utile per chiunque abbia a che fare con il tempo, e quindi per CHIUNQUE !
Quali sono i benefici di pianificare le proprie attività?
Risponde Tonino Borro, Corporate Coach in Programmazione Neuro Linguistica e Manager banca d'investimenti
La pianificazione nel tempo delle attività offre ad un individuo vantaggi concreti derivanti da un metodo. Nella sfera personale, l’individuo incrementa la sensazione di successo personale accrescendo l’autostima. Una corretta gestione del tempo permette un miglior bilanciamento tra impegni professionali e attività della vita privata, o ancora aumenta la consapevolezza della capacità di gestire specifiche situazioni critiche in rapporto al risultato atteso, mentre nell’ambito della propria cornice organizzativa il T.M. offre un modello che agevola la costruzione di una visione d’insieme più lucida, completa, ed evolve altri processi organizzativi della persona. Il metodo è applicabile in qualsiasi area dell’organizzazione degli obiettivi di vita importanti da conseguire.
In ultima analisi, nel contesto professionale i vantaggi che si colgono sono quelli di accettare sfide con rinnovate energie, sviluppare un pensiero imprenditoriale costituendo la base per impostare l’accesso a nuovi percorsi di carriera.
Cosa rischia chi non ha l’abitudine di organizzare il proprio tempo?
Risponde L’Ing. Giacomo De Candia, esperto di Peak Performance, formatore specializzato nell’area della Leadership
A mio avviso si corrono due rischi:il primo è che il proprio tempo venga “organizzato” dagli altri; il secondo rischio è che chi non organizza il proprio tempo otterrà meno risultati di quello che è il suo potenziale e sarà sempre “ad inseguire” gli eventi.
Risponde Federico Grianti Executive e PNL Coach
Il prezzo che paga chi non riesce ad organizzare il proprio tempo in modo efficace e produttivo e’ molto alto.La nostra vita scorre via veloce senza che noi riusciamo a mettere nella giusta priorita’ i nostri veri obiettivi e le cose importanti che vogliamo vivere. Riempiamo i nostri spazi di tempo con attivita’ inutili e non abbiamo spesso la forza di “guidare” le nostre attivita’.Il prezzo e’ lo spreco di una risorsa che non torna piu’.
E’ un elemento fondamentale per raggiungere i propri obiettivi?
Risponde Alessandro Luciani Amministratore Delegato Modulo Innovazione
Distinguerei l’organizzazione metodica della propria quotidianità dalla definizione degli obiettivi principali della propria vita. Nella gestione delle attività quotidiane una buona organizzazione aiuta a vivere meglio, mentre nel perseguimento dei propri obiettivi personali più che di organizzazione parlerei di determinazione. Il time management aiuta a determinare cosa è strategico ed essenziale da ciò che è semplicemente urgente.
Riguarda solo gli obiettivi a lungo termine?
Risponde Gianluca Gambirasio, Amministratore Olympos Group
No. Qual e’ il periodo di programmazione più importante in assoluto? Il giorno. Alla fine dell’anno il risultato generale non è altro che la somma dei risultati conseguiti ogni giorno. Programmiamo ed ottimizziamo attentamente ogni giornata di lavoro facendo tesoro della nostra agenda giornaliera come indispensabile strumento di supporto e di guida. Ogni giorno abbiamo sempre a disposizione: 24 ore, 1440 minuti, 86400 secondi.
Il tempo è uguale per tutti. L’utilizzo che ne facciamo e i risultati che otteniamo dipendono solo da noi. Anche le attività ripetitive che ci richiedono solo pochi minuti ogni giorno, se viste nell’arco di un anno intero diventano intere giornate lavorative. Occorre sempre domandarci se il tempo che investiamo su un’attività valga la pena oppure no. Se ad esempio ogni giorno navighiamo in Internet per trenta minuti, significa che in un anno investiamo quindici giorni lavorativi del nostro tempo navigando in Internet (calcolo effettuato ipotizzando otto ore di lavoro al giorno). Riuscire a dedicare nell’arco di una giornata anche pochi minuti per portare avanti un progetto per noi importante, può sembrare poco ma se riusciamo a mantenere la costanza di farlo per un lungo periodo, avremo fatto sicuramente un gran passo avanti. È solo riuscendo a trarre il massimo da ogni nostra giornata lavorativa che possiamo ambire a raggiungere importanti traguardi.
Oggi più che mai si ritiene importante svolgere più attività contemporaneamente per sentirsi “produttivi”: l’esigenza di pianificare, e saper dare la giusta importanza alle priorità, è forse una necessità del nostro tempo?
Risponde Luca Stanchieri, responsabile didattico Scuola Italiana di Life Coaching
Il multitasking è sopravvalutato. Alcune ricerche hanno dimostrato che fare più cose contemporaneamente significa semplicemente essere distratti più volte contemporaneamente. Ogni attività complessa e creativa richiede attenzione, concentrazione, attribuzione di importanza, a meno che non sia routinaria. Elaborare una scala di priorità, creare spazi/tempo dedicati alle cose che facciamo, costruirci un’agenda significa dedicare e indirizzare, orchestrare e concentrare le nostre capacità attentive. L’efficacia di un’attività dipende dall’attenzione che gli dedichiamo.
Come fa l’individuo a stabilire cosa va fatto prima, o meglio, quali attività mettere in primo piano rispetto ad altre?
Risponde Andrea Di Gregorio, Business Consultant, Personal Coach e NLP trainer
Secondo la mia opinione, tutto si basa sulla motivazione. Se c’è la motivazione si trova il tempo per fare ciò che si vuole e non si dimentica niente. La motivazione è poi fortemente legata ai valori, cui si relazionano le attività. Per esempio, se voglio andare a vedere la prima recita di mio figlio e mi trovo al lavoro con un’enorme quantità di cose da sbrigare, la scelta tra rimanere a terminare ciò che devo e correre da mio figlio dipende dalla posizione gerarchica cui il Valore ‘figlio’ sta rispetto il Valore ‘lavoro’. Se il primo occupa una posizione prioritaria nulla mi impedirà di assolvere il mio proposito, qualsiasi cosa possa accadere.Quando lavoro con un singolo o con un team, sul Time Management, svolgo fondamentalmente un lavoro sulla gerarchia dei valori, aiutando a comprendere che, una buona gestione del tempo, dipende essenzialmente da quanto si dà importanza alle cose della vita.
Qualcuno potrebbe essere in disaccordo con l’idea di avere una vita scandita da una tabella di marcia, ritenendo che questo modo di agire lo renderebbe simile ad un automa. Avendo una vita dettagliatamente programmata, non si corre il rischio di renderla grigia e noiosa? Risponde Sebastiano Zanolli, manager e scrittore.
Di solito sono quelli che passano la vita a lamentarsi di avere poco tempo e di non riuscire ad essere o avere di più. Altri invece invidiano chi ci riesce. Ma il punto non è scandire il tempo. Il punto è avere tempo, e tanto, per fare ciò che ci piace. E in un mondo come quello che abbiamo scelto questo significa ottenere risultati in modo veloce. Tutto il resto sono chiacchiere.
Risponde Pietro Paolo Prudenzano Licensed Trainer, Executive & Business Coach
Anche io sono in disaccordo con l’idea di avere una banale tabella di marcia. Se riduciamo il TM ad una lista di impegni scritti su una bella e magari costosa agenda, allora si corre il rischio di vivere una vita grigia e noiosa. Time Management invece vuol dire vivere veramente il tempo, sia dal punto di vista professionale che privato.
Assodata l’importanza della corretta gestione del tempo, che comportamento dobbiamo assumere circa gli imprevisti?
Risponde Roberto Erario, Life e Business Coach
I piani sono fatti sulla carta, le azioni sul campo. E’ fondamentale che il concetto di flessibilità entri nelle nostre abitudini, e ciò si può fare in due modi: 1) riservandosi in fase di pianificazione dei “cuscinetti” ovvero dei margini di tempo per eventuali imprevisti; 2) avendo un approccio attivo, sempre pronti a riprogrammare le attività pianificate se si verificano imprevisti maggiori.
Risponde Maxx Mereghetti, Trainer e Personal Coach
Nella vita siamo continuamente chiamati a scegliere, e spesso dobbiamo scegliere in situazioni di urgenza di fronte ad imprevisti. Ci sono persone che scelgono fuggendo da ciò che non le fa stare bene e persone che invece scelgono inseguendo i propri sogni e cercando ciò che li realizza. Credo che sapersi creare delle alternative sia la soluzione per potere fare delle buone scelte. Senza alternative si rischia di rimanere con le spalle al muro. La caratteristica dell’alternativa è che deve essere creata in anticipo e deve rappresentare una vera e valida alternativa, non un ripiego.
Esistono molte pubblicazioni, più o meno valide, che trattano il tema del time management: è sufficiente leggere un buon manuale, o è necessario frequentare un corso specifico?
Risponde Monica Giordani, Coach in Programmazione Neuro-Linguistica
Pratica pratica pratica, se non metti in pratica puoi avere pagato i migliori trainer al mondo, letto i migliori libri, e non cambierà una virgola della tua vita!
Quali consigli si possono dare a chi volesse testarne l’efficacia, c’è un metodo semplice da poter sperimentare subito?
Risponde Alessandro Saramin, Personal Coach e Trainer in PNL
Certo, il metodo che segue non solo è semplice ed efficace, ma con un po’ di pratica può triplicare o più la produttività personale. Condizione necessaria è rispettare tutti i passi esattamente come sono presentati:
- All’inizio della giornata identifica 1-3 risultati chiave che vuoi DAVVERO conseguire oggi, che PUOI REALISTICAMENTE conseguire e tali che se li conseguissi, potresti guardare indietro e dire: “WOW!”. Scrivili su un pezzo di carta o un post-it e tienili in vista per il resto della giornata
- Scegli uno dei tre risultati e chiediti qual è la singola azione più importante che puoi fare ora, che più di ogni altra ti avvicinerebbe a quel risultato
- Chiediti come potresti rendere quell’azione più divertente o eccitante
- Porta a termine l’azione scelta nel minor tempo possibile. Nel caso di imprevisti o interruzioni che richiedono la tua attenzione, occupati di essi e poi torna immediatamente a completare l’azione iniziale
- Una volta completata, ricomincia dal punto 2
Sunday, 8 February 2009
Creare un business partendo da zero. Suggerimenti da chi ce l'ha fatta.
Vero.
Questo principio è ancor più vero se si parte con molti soldi in tasca. Perchè?
Molta gente pensa che più soldi hai in partenza più facile sarà per te guadagnare.
E con questa convinzione, c'è chi parte in quarta iniziando a “investire” (così si dice quando si spendono un sacco di soldi nella speranza che un giorno ci ritornino con un congruo profitto) convinti di essere avvantaggiati.
Non è così, perchè il denaro devi saperlo guadagnare, prima ancora di saperlo spendere.
E i giovani imprenditori che iniziano una attività con una somma modesta di denaro, sanno di che cosa sto parlando.
Allo stesso modo, è più facile perdere un'opportunità avendo troppi soldi che avendone troppo pochi.
Chi parte con molto denaro è un pò come chi nello sport, usa sostanze dopanti: forse ne ricava un vantaggio all'inizio, ma alla lunga le conseguenze potrebbero essere negative. Micidiali.
Perchè mi piace creare startup facendo bootstrapping (creare un'attività imprenditoriale partendo con budget 0)?
I motivi sono almeno 3:
1) Minore valore del punto di pareggio.
un business con un alto punto di pareggio è meno flessibile di uno con business con uno basso. Un'intensità elevata di capitale, un pesante fardello di debiti ed elevati costi fissi, sono fattori che riducono la flessibilità finanziaria e strategica.
2) Nessun rischio di sovracapitalizzazione.
Lo sviluppo delle startup ha somiglianze con il cambio delle marce di un auto. in ogni stadio c'è bisogno della marcia giusta per raggiungere la velocità necessaria a poter scalare quella successiva. Solo poche startup lo capiscono. Quelle sovracapitalizzate partono con la terza marcia inserita.
3) Incentivi alla creatività e all'ingegno imprenditoriale.
Nelle iniziative pubblicitarie, nella assunzione di un valido collaboratore, nella implementazione del business, l'imprenditore creativo si chiede: "Ho budget ZERO. Come potrei fare queste cose realizzando ottimi risultati in termini di qualità?" Molto spesso le risposte a queste domande portano a dei risultati inimmaginabili, spesso con risultati migliori di chi ha tante risorse a disposizione, ma poca creatività.
Via: Futuro alle idee del futuro
Lunga è la strada per l'Enterprise 2.0
Per capire la situazione dell'Enterprise 2.0 in Italia basta vedere la case history presentata da Emanuele Quintarelli all'Idc conference di Milano. Quintarelli parla di Lago, azienda veneta pluricitata quando si parla di E 2.0. Interessante, ma è sempre la stessa storia che rimbalza di convegno in convegno.
La platea ascolta attenta, tradisce una preparazione approssimativa in materia ed è pronta a raccontare che nella sua azienda c'è di peggio. “Quando ho chiesto al mio amministratore delegato di venire mi ha chiesto cos'è il Web 2.0 “, racconta una delle partecipanti che lavora in una società che ha a che fare con l'Ict. Antonio Romano, responsabile di Idc Italia, entra subito nel vivo spiegando che l'E 2.0 è come il knowledge management di una decina d'anni fa. “Un salto concettuale che senza piattaforma tecnologica adeguata rischia un Roi lento”
Per Romano prima di affrontare l'e 2.0 bisogna rivedere pesantemente il sistema informativo. Dice che è sbagliato pensare a un antagonismo fra client server e infrastruttura centralizzata e che bisogna prendere in considerazione la crescita dei volumi e della eterogeneità delle informazioni strutturate o semistrutturate (la posta elettronica, per esempio).
Per questo c'è bisogno di un sistema informativo che riesca a trovare il valore delle informazioni destrutturate. Ma non bisogna affidarsi completamente al sistema informativo perché neanche l'infrastruttura migliore del mondo è in grado di recuperare efficienza se i processi azienda non lo sono. “L'E 2.0 – prosegue - è il driver che permette alle aziende di guardarsi dentro. Ancora oggi ci sono organizzazioni troppo piramidali con troppi livelli fra chi va sul mercato e chi fa le strategie. Per questo rivedere l'infrastruttura e i processi va in parallelo”. Dal punto di vista tecnologico Romano sottolinea il ruolo della virtualizzazione che “permette di traguardare la coesistenza fra infrastruttura distribuita e centralizzata” con, sullo sfondo, il punto d'arrivo del cloud computing.
Con il consueto stile spumeggiante Vito di Bari, docente del Politecnico, chiede alla platea se sia proprio sicura di voler affrontare oggi, con 18 mesi di probabile crisi davanti a sé, l'argomento dell'E 2.0. Dall'adesione degli sponsor all'iniziativa di Idc pare di no, eppure è proprio in questo momento che bisogna attrezzarsi per raccogliere i frutti quando la nottata sarà passata.
“La crisi è tempo utile per costruire il vantaggio competitivo”, spiega “e il web 2.0 è il nuovo paradigma di quando arriverà la ripresa”. Di certo è che non si sta parlando di una manciata di applicazioni ma di un nuovo mondo del quale le aziende non devono avere paura.
“Vincete il timore di viralizzarvi – ha affermato con forza – Non abbiate paura dei canali che non riuscite a controllare. Puntate tutto sui reach media (Youtube, per esempio) e fidelizzate. Il mondo 2.0 attiva infatti un processo di fidelizzazione che dura nel tempo”.
Perché, come ha sottolineato Emanuele Quintarelli, l'E 2.0 non è solo tecnologia, “ma uno spazio aperto per coinvolgere le persone facendo leva su esperienze e passioni”. Il problema però è che oggi la gran parte delle aziende è modellata su un 'organizzazione a ragno (la testa decide gli arti eseguono) mentre bisognerebbe passare alla stella marina. I millennial o generazione Y (i giovani tecnologici) stanno entrando in azienda portando dimestichezza con i nuovi strumenti e voglia di collaborazione che è il promosso per generare un ecosistema aziendale portato all'innovazione.
“E non è vero che l'E 2.0 è costoso”, osserva Quintarelli. Per questo invita le aziende a sporcarsi le mani perché in Lago proprio grazie a questa nuova organizzazione supportata dagli adeguati strumenti tecnologici gli impiegati, i dipendenti, sono diventati creatori di innovazione.
Il cammino però è lungo. E de ve partire dalle basi, da una solda definizione di cosa sia l'Enterprise 2.0 perché la confusione regna sovrana. Si parla di Voip e call center, che non c'entrano, anche perché al blog e al Wiki ci sono già arrivati davvero in pochi.
Via: ilSole24Ore
Saturday, 7 February 2009
NETCOMM: le nuove opportunità dell'e-Commerce
Il commercio elettronico offre opportunità di business sempre più ampie ed interessanti alle imprese. In particolare, l'e-commerce ha aperto un nuovo mondo alle Pmi, permettendo loro di raggiungere una fetta di consumatori notevolmente più grande indipendentemente dalla locazione geografica. E a costi molto più contenuti. Ecco perché è fondamentale capire qual è lo stato attuale dell'e-commerce in Italia e quali sono le nuove opportunità a disposizione delle aziende. Ne parliamo con Roberto Liscia, Presidente di NETCOMM, il Consorzio del Commercio Elettronico Italiano.
1) A che punto è l'e-commerce in Italia, in relazione agli aspetti quantitativi ma soprattutto a quelli qualitativi?
Dai dati dell'Osservatorio B2C Netcomm – School of management del Politecnico di Milano nel 2008 gli acquisti su Internet, nonostante la crisi, supereranno i 6 miliardi di Euro con una crescita rispetto al 2007 di oltre il 20%. Il fatturato arriva a 7 miliardi se si contano anche gli acquisti di italiani da siti esteri. Oggi sono circa 18 milioni gli italiani che usano il Web per ricercare informazioni su prodotti e servizi (il cosiddetto "info-commerce"): lo scarto fra questo dato e i 6 milioni di italiani che fanno un passo in più e completano la propria transazione online segna anche il perimetro di crescita potenziale del commercio elettronico. La situazione sta velocemente evolvendo anche a causa della recessione che porta le imprese a scoprire modalità innovative per competere e i consumatori ad apprezzare sempre più la possibilità di confrontare online prezzi e caratteristiche dei prodotti prima di effettuare gli acquisti e di ridurre gli spostamenti. Ottime le prestazioni del Made in Italy. La Moda segna la crescita maggiore con un balzo in avanti del 43%, raggiunge i 250 milioni di Euro di fatturato. Il Turismo che rappresenta il 56% del settore cresce del 28% raggiungendo la quota di 3,4 miliardi di Euro.
2) Quali sono le differenze che ancora sussistono tra lo scenario italiano e quello internazionale?
Le vendite all'estero dei siti di eCommerce italiani – grazie in particolare alle prenotazioni alberghiere e all'Abbigliamento – raggiungeranno quota 850 milioni di euro, in modesta crescita rispetto al 2007. Circa un settimo dell'intero valore dell'eCommerce B2C viene quindi generato all'estero e, più specificamente, in tre mercati principali: l'Unione Europea, gli Stati Uniti e il Giappone. Analizzando il fenomeno per ciascun comparto merceologico, si nota la rilevanza dell'export nei settori del Turismo, sia da parte dei portali di hotel che degli operatori del trasporto tradizionale, e dell'Abbigliamento, grazie ad una spiccata propensione all'export di quasi tutti gli operatori (tra cui Yoox Group e GlamOnWeb). La crescita non esaltante del 2008 rispetto al 2007 è dovuta essenzialmente a due fenomeni: da un lato alla crescita inferiore alla media del mercato e alle previsioni di quei player che nel turismo vendono prevalentemente all'estero (i portali di hotel), dall'altro ai risultati della nostra compagnia di bandiera che rimarrà sostanzialmente stabile rispetto al 2007 nella vendita di biglietti online. Limitato anche il numero di iniziative significative nella vendita di prodotti enogastronomici e di merchandising, al di fuori di qualche rara eccezione (ad esempio Ferrari e Wineshop).
3) In che modo un'impresa di piccole dimensioni può trarre vantaggio dal commercio elettronico?
Un'impresa di piccole dimensioni potrebbe, grazie alla rete, avere un mercato mondiale. Non è poco. Le aziende che l'hanno capito sono riuscite a fare la differenza in termini di vantaggio competitivo. Sin dalla sua iniziale affermazione in Italia il commercio elettronico è stato dominato dalle imprese dot.com, ossia da realtà che non dispongono di altri canali tradizionali. A crescere sono ancora soprattutto questi operatori che oggi rappresentano quasi il 50% del mercato, una percentuale che negli ultimi tempi è risultata addirittura in crescita. Credo si sia trattato di un grave errore di valutazione delle imprese italiane che solo oggi, quindi in ritardo rispetto alle imprese omologhe internazionali, stanno scoprendo le potenzialità del commercio elettronico come canale da affiancare a quelli tradizionali in una logica di multicanalità. Il rischio della cannibalizzazione tra canali è certamente inferiore ai vantaggi provenienti dalla possibilità di raggiungere il consumatore nei vari momenti della sua vita. Il commercio elettronico va pensato in modo integrato. Il consumatore, infatti, a seconda del momento della giornata e del luogo in cui si trova può scegliere canali differenti, ma la possibilità di fidelizzarlo al proprio brand in ognuno di questi è un vantaggio competitivo che in Italia pochissimi hanno colto fino ad oggi, nonostante i nostri ripetuti appelli in tal senso. Oggi la crisi economica porta a rivalutare con forza queste potenzialità e l'Italia dimostra sempre di saper reagire con vigore e creatività, soprattutto nei momenti di maggiore incertezza. Ci auguriamo quindi che almeno questa esternalità positiva possa emergere dal drammatico quadro congiunturale che tutti noi stiamo vivendo.
4) Qual è la soglia minima di investimento per poter aprire un'attività di e-commerce efficiente?
Difficile rispondere a questa domanda. In effetti gli investimenti richiesti sono molto diversi a seconda del tipo di attività che si intende proporre online. Se da un lato è finito il tempo in cui qualsiasi idea creativa poteva sperare di trovare finanziamenti adeguati, dall'altro stanno aumentando molto le possibilità di successo in rete. Mi occupo di multimedialità dagli anni Novanta. Da allora l'obiettivo istituzionale è sempre stato quello di diffondere la multimedialità e agevolare gli investimenti in tale ambito. Ricordiamoci che un sito è prima di tutto un'azienda. Se non produce reddito, chiude. Lo sviluppo deve essere sempre sostenibile e fatto di investimenti oculati, coerenti con il proprio modello di business, ma in grado di conservare e aumentare nel tempo la capacità innovativa. Le aziende che vogliono avere successo online devono prima di tutto considerare che Internet consente di parlare direttamente con i propri clienti, ma è la capacità di farlo con efficacia a costituire il vero volano di successo. La tecnologia e l'innovazione consentono elevate barriere all'ingresso rispetto ad una concorrenza che si fa sempre più agguerrita. Per vincere la competizione è necessario investire costantemente in ricerca e innovazione.
5) Come può una Pmi con poche risorse da investire in pubblicità riuscire ad ottenere visibilità nelle affollate vetrine del Web?
Oggi più che mai esistono grandi opportunità che vengono dal sapiente utilizzo degli strumenti evoluti dell'ottimizzazione sui motori di ricerca e dal sapiente utilizzo degli strumenti innovativi del marketing digitale.
6) In che modo è possibile mantenere il contatto con i propri clienti attraverso la Rete?
Sempre più multimediale è in effetti oggi la nostra vita. Non parlo solo di quella lavorativa che ormai non può più prescindere dalla tecnologia, ma mi riferisco anche e soprattutto a quella personale che riguarda più da vicino il nostro modo di essere. Multimediale è sempre di più la conoscenza, multimediale è la comunicazione, multimediale e sempre più globale è l'informazione, multimediale è spesso il divertimento, dalla musica, ai film, ai giochi. Multimediale è sempre di più il sapere, il modo di apprendere e di tenerci aggiornati. Oggi sono circa 20 milioni gli internauti. Il mercato di riferimento quindi è in crescita costante, ma il consiglio che mi sento di dare oggi come 10 anni fa è sempre uno: modelli di business adeguati che tengano sempre ben presente la redditività dell'idea.
7) Quale sarà il prossimo step del commercio elettronico, da un punto di vista concettuale e tecnico?
Pur senza grossi stravolgimenti rispetto al 2007, si nota una lieve inversione di tendenza nella ripartizione delle vendite per tipologia di impresa (Dot Com e Multicanale). I Pure Player continuano comunque a rappresentare metà del mercato, grazie alle prestazioni di grandi operatori del calibro di eBay, Expedia, IBS.it, Venere, lastminute.com, Volagratis, Yoox. Si riduce però di due punti percentuali il peso delle Dot Com in favore sia delle imprese tradizionali commerciali che delle tradizionali produttrici. Il fenomeno, anche se bisogna sottolinearne la lieve entità, è da ricondursi, più che ad un rallentamento delle Dot Com storiche, alla buona crescita di alcune imprese tradizionali commerciali (ad esempio Esselunga, Mediaworld, Monclick) e all'ingresso di alcuni grandi marchi nel comparto dell'abbigliamento (ad esempio Diesel, Armani, Gucci, Prada, Valentino, Stoneisland, Energie, Bata, Pinko). In generale, la presenza online della distribuzione moderna continua ad essere estremamente debole. Solo il 12% delle insegne della distribuzione alimentare, meno rispetto a cinque anni fa, ha un sito di commercio elettronico e la solita Esselunga continua da sola a "fare comparto”. Nell'ambito della distribuzione non alimentare il 27% delle insegne ha un sito di commercio elettronico, più del doppio rispetto al 2003, anche se in molti casi si tratta ancora di iniziative sperimentali (come ad esempio Coin, IKEA e MercatoneUno). Ci auguriamo quindi che il prossimo step sia l'entrata dei grandi gruppi della distribuzione tradizionale dal lato dell'offerta e dal lato della domanda che aumenti sempre più la fiducia da parte dei consumatori. Per agevolare questo in NETCOMM stiamo lanciando proprio in questi giorni un'iniziativa che si pone proprio l'obiettivo di far superare le ultime resistenze verso l'acquisto online. È inconcepibile che l'Italia sia l'unico Paese al mondo che ancora oggi ha questo tipo di problemi.
Via:PMI.it